Il Cile è in lotta dal 18 ottobre, le piazze di Santiago risuonano delle pentole – e delle proteste – picchiate dall’estremo sud di Punta Arenas fino ad Arica, estremo nord del paese sudamericano, nel gesto del cacerolazo. La protesta degli studenti e dei lavoratori, la pacifica marcia che ogni giorno alle 17 porta centinaia di migliaia di persone in Plaza Italia, è impastata dai lacrimogeni della polizia, dalle violenze nelle poblaciònes – i quartieri più poveri – e dalle pallottole di gomma che stanno mutilando i manifestanti.
Mutilare è il verbo giusto da usare, e lo possiamo confermare grazie anche al lavoro fatto dal corrispondente del New York Times Brent Mc Donald

Nelle strade, tra le barricate e le sassaiole, ma soprattutto nelle chilometriche marce pacifiche, l’esercito spara ad altezza uomo. Ancora di più: spara mirando agli occhi.
E questo mini videoreportage lo racconta alla perfezione

Sono oltre 180 i feriti da arma da fuoco che hanno riportato una grave mutilazione ad un occhio a causa dell’utilizzo di proiettili di gomma sparati ad altezza uomo, racconta l’inchiesta del NY Times. Un numero che in appena 10 giorni ha raggiunto e superato le cifre di molti altri scenari di guerra.  Una vera e propria catastrofe dei diritti umani, già ampiamente schiacciati in queste lunghe settimane di proteste.
Alla popolazione inizia a mancare anche il supporto della sanità, pubblica e privata, fiaccata dalle forti privatizzazioni e in ginocchio dopo settimane di scioperi e proteste.

In una delle stazioni più importanti della metropolitana di Santiago, quella centralissima di Baquedano, sono scattate le indagini per delle presunte torture dei militari su alcuni manifestanti

Intanto, il governo di Sebastian Pinera, prosegue nel suo indifferente gioco delle piccole ricompense. Per provare a superare la crisi, da la Moneda hanno prima tentato la via del rimpasto di governo, per poi arrivare al blocco degli aumenti del biglietto della metro – la goccia che aveva fatto traboccare il vaso il 18 ottobre – e al leggero aumento delle pensioni minime, che restano ben al di sotto della metà rispetto al salario minimo del paese. Nella notte, il parlamento ha proposto un congresso costituente – che per legge ha un quorum del 75%, una proposta che le opposizioni e la maggior parte dei manifestanti ha ritenuto insufficiente.

L’obiettivo della protesta, segnato dall’hastag #renunciapiñera, è appunto quello di convincere l’attuale presidente del governo a rassegnare le dimissioni e di portare il paese verso una nuova assemblea costituente.
Nelle città, intanto, iniziano a formarsi dei veri e propri gruppi di nuova democrazia autogestita, i cabildos, che hanno l’altissimo obiettivo di riscrivere la costituzione partendo dalle opinioni e dai bisogni di chi il paese lo vive ogni giorno, guidati da Unidad Social.

L’inno di queste settimane è El derecho de vivir en paz, preghiera laica scritta e messa in musica da Victor Jara – un cantautore torturato, mutilato e poi ucciso sotto il regime di Pinochet – e cantata nelle piazze da migliaia di cileni.

In un paese mutilato, letteralmente dai propri militari e nello spirito dai suoi governanti, ogni giorno si lotta per riconquistare un briciolo di sovranità e per scacciare una paura che inizia a farsi strada in tutte le fasce di popolazione.

C’è chi ha paura perchè è tornato a respirare l’aria del regime di Pinochet, chi ha paura di salutare il figlio che sta andando a protestare a Plaza Italia per poi non rivederlo più, e chi ha paura di restare chiuso in quella numerosissima élite composta da chi è sotto la soglia di povertà. Per loro, anche per loro, il Cile continua a sfidare la paura e le pallottole.
Che provano a chiudere gli occhi delle persone, senza mai veramente riuscirci.

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