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Il motivo di partenza può variare ogni volta: abbiamo bisogno di un servizio di piatti, di nuove sedie o di arredare una intera casa. Eppure, quando entriamo in qualsiasi negozio Ikea del mondo, già sappiamo che saliremo delle scale che ci porteranno al primo piano. Perché prima di arrivare nel reparto espositivo dei singoli pezzi, sempre al piano terra, Ikea ci vuole far attraversare gli ambienti dove mobili e suppellettili sono sapientemente esposti.

Attraversando il labirinto di interi appartamenti ricreati, troviamo sempre quello che per  stile ci attrae di più. Ed è lì che ci arrivano le grandi ispirazioni. Quasi ci dimentichiamo dei piatti se ci rendiamo conto che quella nuova fantasia di tende starebbe benissimo al posto di quelle che abbiamo; che forse, oltre alle sedie in effetti dovremmo cambiare anche il tavolo… e già che c’è un’offerta per i possessori della carta Ikea Family, converrebbe ripensare a tutto il salotto!

Block notes e matite sono disponibili in ogni angolo, per farci prendere appunti utili quando saremo al piano terra, al “Piano Mercato”. Ed è lì che finalmente ci sarà concesso di avere il carrello, oltre alla borsa gialla; ci faremo guidare nei reparti self service dove, se saremo fortunati, ci ricorderemo di prendere i piatti. Perché la nuova meta sarà lo scaffale dove trovare il pacco piatto da montare a casa. A quel punto la fila alla casse, sempre lunga anche a quelle automatiche, ci sembrerà una volata. Perché quello che non vediamo l’ora di fare è tornare a casa poter montare il mobile. Piccolo o grande che sia.

Questo incantesimo nel quale (diciamocelo) cadiamo sempre tutti è alla base del successo di Ikea, ed è diventato l’oggetto di studi nel campo delle scienze comportamentali. Dan Ariely, Professore di psicologia ed economia comportamentale alla Duke University, ne ha coniato il nome: l’effetto Ikea. Questo infatti è il nome dato a quella sensazione di soddisfazione che si prova quando si finisce di montare un mobile e che crea, secondo Dan Ariely,  un legame indissolubile fra la persona e l’oggetto.  E il legame che si crea è indipendente dalla complessità del montaggio. Lo proviamo anche quando per montare un tavolino, abbiamo semplicemente avvitato i piedini al piano del tavolo. L’effetto Ikea, infatti, ci fa sentire furbi e artigianalmente dotati, dimenticandoci che milioni di altre persone hanno già montato quel mobile prima di noi.

L’origine del successo del gigante dell’arredamento, nato nel 1943 dall’idea di Ingvar Kamprad e diventato, ad oggi, il primo home retail del mondo, non sarebbe quindi il rapporto qualità/prezzo, la vastità della scelta o l’accessibilità dei punti vendita. E’ l’effetto Ikea. E l’incantesimo ci appare ancora più magico se pensiamo che l’effetto Ikea non è stato voluto dal fondatore ma è qualcosa che, a detta Marcus Engman, Direttore del Design Ikea, “è riuscito involontariamente”. In origine, secondo Engman, “il pacco piatto e il montaggio a casa erano soluzioni pensate per il trasporto degli oggetti ingombranti” – “l’effetto pseudo artigianale è un prodotto accessorio creato non intenzionalmente”.

Sembra incredibile che il colosso giallo e blu non abbia colto sin dall’origine che la pseudo artigianalità sarebbe stata la chiave del suo successo. Basta pensare che Ikea dispone di un reparto che si occupa solo dello studio dei nomi dei mobili: gli articoli per il bagno hanno nomi ispirati ai laghi svedesi, i nomi dei letti si rifanno invece alle città della Norvegia, per i tappeti si fa riferimento alle città danesi e i prodotti per i bambini si chiamano come gli animali.

Sta di fatto che prima che arrivasse Ikea, l’idea di montare un mobile era una grande rottura di scatole.

 

 

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