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Il 3 Aprile, in piena ristrutturazione di campagne politiche, ecco Giorgia Meloni intervenire a L’aria che tira su La7 :” Quello che accade in Ungheria non è molto difforme da quello che sta accadendo in Italia“. E quindi Conte è il nuovo Orban? Oppure Orban è il nuovo Conte. Il gioco degli scambi di personalità non funziona affatto quando si parla in giuridicese. Ed allora ho fatto un tuffo nella costituzione magiara per capire cosa significherà vivere in Ungheria durante lo stato d’emergenza.

Cosa vuol dire stato di emergenza?

Quando il Consiglio dei Ministri italiano deliberò lo stato di emergenza ci fu il completo silenzio della nazione. Eppure qualche settimana fa sono comparsi come funghi i detrattori e i gomblottisti. Ci stavano nascondendo qualcosa? Si stava mettendo in pratica una strategia per attuare una nuova illuminata dittatura? Tranquilli amici probabilmente Giorgia Meloni è laureata all’università della strada e no, quello che viviamo attualmente non è un regime autocratico. Proprio il 30 Gennaio, l’OMS aveva dichiarato lo stato di emergenza ed il Governo per stare sul pezzo, almeno una volta, varò alcune misure emergenziali. Bisogna ricordare che da noi lo stato di emergenza non è una previsione costituzionalmente espressa. Ovvero nel nostro testo non c’è alcun articolo che tratti di essa.

Il cosidetto stato di emergenza fu varato anche nel 2018, quando diverse calamità naturali si abbatterono sull’intera penisola. In pratica vengono stanziati un po’ di soldini dal Fondo di emergenza nazionale (chiaramente non esaustivi), si danno poteri speciali al Capo della protezione Civile e si stabilisce un periodo ideale per la sua durata.

La costituzione magiara

Caso diverso è quello dell’Ungheria. La Costituzione magiara contiene proprio un’ultima sezione interamente dedicata agli stati di governo eccezionali, tra cui lo stato di emergenza. Il testo venne riscritto integralmente sotto il governo Orbàn e quando entrò finalmente in vigore nel 2012 causò lo sdegno della famiglia europea, chiamando all’involuzione democratica. Il cammino era già evidentemente tracciato. Nonostante il testo disciplini chiaramente le misure ed i poteri da adottare in caso di emergenza nazionale, un parlamento magiaro dove non esiste alcuna pluralità politica, si è spinto oltre.

Infatti, 137 deputati avvallati dal pluripotenziario Orban hanno votato per una legge che estende i suoi poteri. Potrà governare per decreto, sospendendo leggi già in vigore e bloccando le elezioni. Per non parlare dei provvedimenti contro chi diffonderà “informazioni false“, dagli uno ai dieci anni di carcere per aver condotto inchieste sulla tenuta del sistema sanitario e magari anche sul perchè una temporanea involuzione democratica possa estendersi a data da destinarsi.

Ebbene sì, perchè i poteri eccezionali di Orbàn al momento non hanno una data di scadenza. In qualsiasi sistema costituzionale democratico e soprattutto parlamentare, le misure adottate devono essere proporzionate alla situazione. E non prevedono mai che la stessa arena democratica possa autofagocitarsi.

Il decreto legge in Italia

Purtroppo la mitica ora di educazione civica dedicata alla costituzione è ormai divisa tra mito e leggenda. E sicuramente non era frequantata neanche dall’onorevole Meloni. I famosi d.p.c.m. del Pres. del Consiglio Conte sono infatti uno strumento largamente diffuso nello stile di Governo italiano. La situazione in cui ci troviamo è proprio quella descritta dall’art 77 della Costituzione 

“Quando, in casi straordinari di necessità e di urgenza, il Governo adotta, sotto la sua responsabilità, provvedimenti provvisori con forza di legge, deve il giorno stesso presentarli per la conversione alle Camere che, anche se sciolte, sono appositamente convocate e si riuniscono entro cinque giorni.”

Pensate che in Italia per anni si è provveduto ad approvare leggi di rilevanza assolutamente marginale, in situazione prive di alcuna necessità ed urgenza, solamente per eludere il lento processo ordinario di approvazione parlamentare di una legge. La situazione straordinaria nella quale ci troviamo, richede l’utilizzo di uno strumento finalmente adeguato. Ma attenzione, questo non vuol dire che Conte abbia il potere di emanare decreti legge a suo piacimento. Magari arrivando anche a disciplinare che tipo di capigliatura dovrete indossare durante lo smart working. Infatti, il giorno stesso della pubblicazione, il decreto, immediatamente pubblicato in Gazzetta Ufficale, deve essere presentato alle Camere. Queste entro 60 gg dovranno convertirlo in disegno di legge. Hanno facoltà di modificarlo o udite, udite, addirittura di non convertirlo. In questo caso perderebbe la sua efficacia, facendo decadere tutti gli effetti prodotti fino a quel momento.

E quindi Conte non ha gli stessi poteri di Orbàn?

Assolutamente no! L’Ungheria sta sfruttando un momento in cui ai Governi è richiesto di parlare con un unica voce e di prendere decisioni efficaci e pronte. Si è cercato di far passare come normale un provvedimento legislativo assolutamente in contrasto con qualsiasi principio di proporzionalità. Confrontandosi con un potere così forte nelle mani di un uomo solo bisognerebbe creare dei contrappesi. Estendere almeno il controllo di costituzionalità posteriore delle leggi a più soggetti. Considerando anche che la Corte Costituzionale è al momento controllata da una maggioranza favorevole ad Orbàn e che la stessa composizione parlamentare è priva di alcun tipo di pluralismo, impensabile sarebbe qualsiasi tipo di inziativa di controllo.  Pensate, che proprio nel’attuale costituzione si è sapientemente provveduto ad ommettere il riferimento che impedisce lo strapotere di un unico partito in ogni organo dello stato. In memoria della passata esperienza autoritaria, il dettato costituzionale era stato messo a fondamento. Ecco la facilità di un Parlamento nel commettere una sorta di suicidio assistito. Quando quasi tutti gli Organi dello stato sono in mano ad un solo partito, Fidesz di Orbàn.

Ma L’Unione europea non dovebbe fare qualcosa?

E qui veniamo al tasto dolente. Supponiamo che il virus antidemocratico fosse cominciato già da una decina d’anni in Ungheria. Che gli strumenti per proteggesi fossero ancora pù onerosi di un paio di mascherine. E che le armi dell’Ue( cosiddetta opzione esplosiva) fossero assolutamente inadeguate e farraginose. Ecco che il plateau del picco questi giorni raggiunge l’ondata più rischiosa per la tenuta democratica ungherese. Già nel 2018 il Parlamento europeo aveva provato ad azionare il famigerato art 7 del Trattato sull’Unione europea. Il suddetto procedimento si aziona contro uno stato membro che abbia violato i valori di cui all’art 2  (diritti delle persone appartenenti alle minoranze, stato di diritto, pluralismo, non discriminazione, tolleranza, gustizia). Indovinate verso chi è stato già azionato? Ungheria e Polonia. Ed in nessuno dei due casi si è mai arrivati ad una condanna.

Va ricordato che nessuno stato membro può essere cacciato dall’Unione. Ma con l’art 7 si possono sospendere importantissimi diritti dei quali gode ( e fidatevi, sono benefici scontati ed assodati come la libertà di circolazione). Si parla per esempio della possibilità di usufruire dei fondi stutturali. E per paesi come la Polonia, che è la prima nell’UE a beneficiarne, non sono proprio bruscolini (l’Italia si posiziona seconda). Oppure della facoltà di voto in seno al Consiglio. In pratica se si votasse per una riforma sul Trattato di Dublino (l’accordo che attualmente regola il ricollocamento dei migranti) e l’Ungheria non potesse intervenire, beh Orban si darebbe personalmente fuoco.

La regola dell’unanimità

Questo è un prospetto di come può l’Ue difendere i suoi cittadini dalle intemperie politiche che si abbattono sulla democrazia. L’ultima decisione spetta al Consiglio europeo. Quest’ultimo funziona come una conferenza intergovernativa dato che è composto dai capi di stato e di governo degli stati membri. In sostanza, l’organo meno democratico di cui è dotata l’UE. Ponendo il caso che il gruppo di Visegard si unisca solidalmente all’Ungheria, ecco che l’art 7 si rivelerebbe nuovamente un flop. Moltissime votazioni si svolgono ancora secondo la regola dell’unanimità. E questo vuol dire lentezza. Immaginate quanto non sia facile trovare un consenso per 27 personaggi già di per sè abbastanza sulle loro. L’unico modo per proteggere meglio tutti i suoi cittadini sarebbe per ogni stato membro rinunciare ad un pochino di sovranità. L’Unione europea funzionerebbe meglio. Magari sarebbe anche più democratica, come l’Ungheria.

Nel 2019 l’indice del giornale inglese The Economist ha misurato, come tutti gli anni, il livello di democrazia all’interno di tutti i paesi del mondo. L’Ungheria si è classificata al 55esimo posto, proprio sotto le Filippine. Ma neanche l’Italia ha proprio fatto una performance brillante. Con la sua 35esima posizione è anch’essa una democrazia imperfetta.

Claudia Comandini

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