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Dentro la Camera dei Deputati ha riaperto i battenti l’unico ristorante in attività in un’Italia che soffre, senza poter mangiare fuori e neppure bere un caffè. Alla modica cifra di 6 euro, da ieri, la ristorazione interna di Montecitoriooffre due menù, comprensivi di primo, carne e/o insalata, un frutto, acqua, pane e un contorno, in un vassoio rigorosamente incellofanato.

Emanuele Fiano si dice soddisfatto del “cibo che è decente e dignitoso”, ma poi si lancia nel paragone storico: “La scena è tristissima, una via di mezzo tra le file del pane in Urss e il regime nordcoreano. Sediamo tutti distanti, uno per tavolo, non ci sono camerieri né cuochi”.

I ristoranti riaperti, in realtà, sono due: quello dei deputati – di solito possono portare un ospite, ma non certo di questi tempi, assai ben fornito, al piano Aula, dietro il guardaroba – e quello dei dipendenti, che si trova al piano meno uno, detto basamentale. Orari contingentati (dalle 12 alle 15), come anche le presenze: al pari dell’Aula, si entra a scaglioni (prima dalla A alla I, poi dalla L alla Z) e bisogna rispettare l’ovvio “criterio di distanziamento interpersonale”.

La notizia la dà per prima l’Ansa con un lancio che aveva sollevato ondate di gioia incontenibile: “Finalmente si mangia!”, il grido degli onorevoli di ogni colore costretti, da due mesi, cioè da quando è iniziato il lockdown, a ‘mendicare’ pasti dai colleghi romani, a tempestare di telefonate Deliveroo, a portarsi la ‘schiscietta’ (il pranzo al sacco, in milanese) da casa (lo fa il deputato di Leu, Nicola Fratoianni).

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