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Sulla narrazione di Silvia Romano, si riversa interamente il peso di tre mesi di fuoco mediatico su nient’altro che non fosse il Coronavirus. Un’informazione fagocitata dai numeri da bollettino e dagli scambi di opinioni dei virologi aveva paralizzato il dibattito italiano. Sul terreno del Coronavirus la voce del dissenso è stata temporanemante attenuata in nome della Salus Rei publicae. Che poi si siano creati indifferentemente gruppi di pensiero indipendente, tra sostenitori del vaccino e supporters della cura al plasma, è lo sfondo di chi crede ci sia sempre un complotto che agisce alle nostre spalle.

Sfuggire al pensiero unico

Ma in un mondo come il nostro, dove la pressione di associarsi alle voci fuori dal coro diviene una necessità per forgiarsi di una qualche unicità, in un mondo appiattito dal grande capitale e dai mega poteri forti, essere indipendenti è un’incredibile lavoro di rifinitura intellettuale. E molto spesso, se non si possiedono gli strumenti, si rischia di cadere in alcuni tranelli. Ecco perchè, anche sulla narrazione di Silvia Romano, sfuggire al pensiero unico, diviene un terribile esercizio di retorica da social. Poter dire qualcosa sul ritrovamento di Silvia Romano che sfugga ad una notizia di cronaca secca, è quasi impossibile. Aggiungere al video di saluti istituzionali del ministro degli esteri Luigi di Maio e di Giuseppe Conte la portata scritta di alcuni sostantivi come Islam, Jilbab, Corano, solleva poi tutta la controversia della loro concettualizzazione occidentale.

Sulla narrazione giornalistica del caso

Quindi automaticamente il ritrovamento non assume più solamente il valore di un’azione coordinata di cooperazione internazionale riuscita. Vi lavorano le autorità turche (la loro presenza è fortissima nella mediazione islamica in Somalia), kenyote e la procura di Roma, il pagamento del riscatto perciò è solamente la punta dell’ice-berg. Ma vi è il bisogno insito di sfuggire alla titolistica di prima pagina che ormai risulta noiosa a tutti. Anche ai vecchi che guardano i cantieri. E quale migliore occasione per sollevare un dibattito sullo scontro di civiltà e lo spreco di denaro pubblico?

Suppongo che la maggior parte delle discussioni intavolate dai giornaloni siano solamente pretesto per suscitare nell’individuo medio un qualche sentimento di appartenenza ad un’idea. Da quando qualsiasi affezione all’ideologia è naufragata. In questo senso non è più la politica a sollevare e coinvolgere la riflessione sui temi ma il titolo del giornale. Anzi che in questa operazione i quotidiani hanno solamente un ruolo di primo impulso, perchè poi il messaggio della notizia viene propagato e distorto tramite i socials.

E comincerei col dire che la narrazione su Silvia Romano è cambiata drasticamente dal suo rapimento all’atterraggio su suolo italiano. Certo spulciando tra i titoli, si riscontra anche la diversità nella narrazione sul caso compiuta dai diversi giornali. Celebrata da La Repubblica nel 2018, all’alba del rapimento, come la paladina bianca al servizio della civilizzazione del continente africano. Si è arrivati alla vigilia dell’atterraggio a definirla come Sallusti sul suo quotidiano, Il Giornale, islamica e ingrata. Premettendo che trovo entrambe le narrazioni vergognose, l’errore dei giornali è proprio quello di far assurgere a personaggio pubblico un soggetto che non sembra  spontaneamente voler ricoprire un ruolo mediatico.

White Saviour

Quindi da un parte il caso Silvia Romano, ci ricorda che il mito del liberatore bianco che parte alla volta dell’Africa, è ancora il perpetuarsi dello stereotipo del White Saviour. Le foto circondati da bambini africani, con in mano gli oggetti della civilizzazione per istruire le popolazioni, non sono il simbolo di un futuro splendente per l’Africa. Si potrebbe discorrere a lungo sul tema,  ma nel frattempo vi rimando all’interessantissimo blog This is Africa dove si parla del complesso dell’uomo bianco. Di sicuro non sarà il missionario bianco a salvare il paese africano da secoli di colonizzazzione ancora in atto tramite lo sfruttamento delle risorse. A proposito anche l’Eni italiana è un campione in questo. Ma potrebbe esserlo l’estinzione dei loro insostenibili debiti pubblici o progetti di cooperazione nelle quali gli stati africani assumono lo stesso potere di contrattazione dell’Unione europea. Dubito che Silvia Romano consciamente sia partita con l’idea di autoincoronarsi eroina moderna. Ma la narrazione su di lei non fa che alimentare uno stereotipo alquanto nocivo.

Ci è permesso di viaggiare solamente verso i resort?

Diversa invece la narrazione di chi ha gridato al “Chi ce l’ha mandata in Kenya, un posto così pericoloso” .”Poteva rimanere a casa ad aiutare i NOSTRI poveri”. Premettendo che per il caso Regeni nessuno si chiese perchè il ricercatore fosse sato mandato in un paese come l’Egitto, di certo non baluardo dei diritti umani, l’associazione sicurezza del viaggio e scelta personale non rende giustizia ai doveri costituzionali. Per tutti i cittadini italiani, la Farnesina si spenderebbe o si dovrebbe spendere ( con il caso Regeni si sono preferiti gli interessi economici) con tutti i mezzi possibili per il rimpatrio dei connazionali. Al di là del motivo del loro viaggio ed a dispetto del posto in cui si trovano. Così sta infatti accadendo nel silenzio per gli altri Italiani rapiti nel continente africano Padre Maccalli (rapito in Niger) e Nicola Chiacchio ( rapito in Mali).

I 4(9) Milioni

Dall’altra parte il racconto del riscatto. Sallusti scrive, a proposito dei 4 milioni ceduti ai rapitori di Romano dell’organizzazione terroristica islamica Al Shabaab:“…La banda di estremisti islamici che ha incassato i quattro milioni dal governo italiano non li spenderà certo in opere di bene, bensì in armi per rafforzare la sua opera di morte e terrore.” Inutile riportare che lo Stato italiano ad Ottobre ha confermato l’accordo di acquisto di 90 F-35 dagli Stati Uniti, per la modica cifra di 14 miliardi di Euro. Gli stessi caccia che utilizziamo per esportare guerra e democrazia secondo la logica della morte e del terrore di Al Shaabab. Lasciatevi dire che 4 milioni sono realmente una bazzecola per le casse dello Stato italiano.

L’ora di religione

Direi di lasciarci alle spalle i commenti sulla Sindrome di Stoccolma. Che Romano si sia voluta convertire alla fede dell’Islam non è cosa da associarsi all’aggetivo islamista. E ancora, fondamentalismo e terrorismo sono due concetti sociologicamente molto diversi. Troppo spesso la nostra visione, deviata da una sbagliata analisi degli attentati terroristici e dall’ignoranza verso le religioni altre rispetto al cristianesimo, ci portano a bollare come non libera una donna che segue il Corano. La fede islamica non è fatta di jihad e di indottrinamento. Ma è ancora una volta la necessità di utilizzare le nostre categorie “occidentali” a rivelare la limitatezza della nostra comprensione culturale.

O forse dovremmo temere che se durante l’ora di religione i nostri figli studiassero i Veda, diventerabbero tutti induisti?

Claudia Comandini

 

 

 

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