Il Prof. Alessandro Meluzzi
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In una recente intervista a Il Tempo, a firma Valentina Pelliccia, il prof. Alessandro Meluzzi, criminologo e psichiatra è intervenuto sul tema della pericolosità dell’isolamento da social network

Professore, lei da tempo ha posto l’attenzione sull’impatto pericoloso dei social sugli adolescenti e sulla conseguente “sindrome di derealizzazione” che colpisce chi vive nella dipendenza dal web. In cosa consiste questa sindrome?
Tra gli aspetti più ambigui e più inquietanti di una società ad altissimo distanziamento e di virtualizzazione c’è la possibilità di confondere nelle profondità della mente tra realtà reale e quella virtuale, la realtà fisica con quella simbolica del web. C’è il rischio di confondere la dimensione ludica con l’essenza della realtà. Il fatto che un giovane venga coinvolto progressivamente dal punto di vista emotivo attraverso dinamiche di ruolo fino a morire è il risultato di una derealizzazione che si è andata progressivamente costruendo, non trovando contrappesi nelle relazioni reali (genitori, fratelli, amici). In questo solipsismo del male sbucano le allucinazioni degli uomini col cappuccio nero. La derealizzazione è diffusa anche tra i serial killer, psicopatici o masochisti, che si disincarnano al punto tale da non capire che quel corpo che stanno uccidendo è un vero corpo.

Professore, lei indica l’isolamento dei giovani come motivo scatenante dell’autodistruzione degli stessi. Solitudine forzata che deriva da tanti fattori: familiari, ambientali, sociali. Quali sono i rimedi più immediati?Oggi non ci sono rimedi se non lo stesso male di cui parlavamo prima: il web. Con la pandemia è impossibile pensare a un mondo libero in cui i giovani riescano a socializzare. Quindi, rimangono i social. Ma dovrebbe essere insegnato, forse a scuola, il giusto utilizzo del mezzo.

“Attacco alla famiglia”, il suo libro recente, denuncia come il mondo globalizzato di oggi tenda a distruggere il valore stesso dell’essere famiglia. Dunque, gli adolescenti fragili dove trovano riparo? 
C’è un’ideologia ispirata al buonismo secondo la quale meglio che un bambino viva in una famiglia arcobaleno invece che in quella naturale. A mio avviso, si delinea un vero e proprio complotto contro la famiglia, meritevole di essere punito come un omicidio, perché tutti i bambini hanno diritto a un padre e a una madre, mentre qui ci troviamo di fronte ad aberranti adozioni o ad agghiaccianti uteri in affitto o a inseminazioni in vitro da parte di coppie omosessuali. Che cosa accadrà a quei bambini quando saranno in grado di intendere? Stigmatizzazione sociale, emarginazione, discriminazione. Ma non si parla esclusivamente di problematiche legate al giudizio altrui. Quale sarà lo sviluppo psico-affettivo di questi nuovi nati? Ci sarà sicuramente una tendenza all’emulazione dei genitori.
Riparo per i più giovani? Si trova nei tribunali. Ma forse la magistratura è mediaticamente influenzata.

In una intervista ha affermato: “i social network (Facebook, Instagram, TikTok, etc) creano una forte dipendenza che si esprime con sintomatologie simili a quelle che si osservano in soggetti dipendenti da sostanze psicoattive”. In particolare, quali sono questi sintomi e questi meccanismi che si attivano, allo stesso modo, chimicamente nel cervello?
I meccanismi che si attivano con l’abuso di droga sono gli stessi che si ‘svegliano’ quando compiamo azioni piacevoli o di ricompensa. Ce lo spiega bene anche la psico-economia. Anche lo shopping può comportare una dipendenza. Lo stesso avviene per i social. Infatti, quei pollici all’insù o quei cuoricini che hanno il significato di ‘mi piace’ sono una ricompensa troppo gratificante per non rimanere ingabbiati nella rete.

Il bambino, l’adolescente, non ha cognizione reale della morte. Quindi, il suicidio come risposta alla challenge, alla sfida, è vissuto solo come fine di un gioco e non come scelta di fine vita?  Come rendere più responsabili, allora, gli adolescenti?
E’ una questione che chiama in causa ben altre riflessioni. La morte è stata bandita dalla società. Gli anziani vengono rinchiusi in case di riposo per allontanare l’immagine della morte. I malati terminali vengono costretti a sottoporsi a cure estenuanti. Persino, l’estetica di questo millennio ci insegna che si può apparire giovani e vitali fino agli 80 anni. Non è colpa dei social, semmai è la punta d’iceberg di una catena di eventi precedenti.

Quali sono i consigli per i genitori e gli insegnanti per aiutare i ragazzi ad evitare la dipendenza dai social network?
Non so quanto si possa fare per gli adolescenti di oggi, perché andrebbero usati metodi clinici, in quanto già affetti da dipendenza. Invece, si può fare qualcosa per i bambini. Innanzi tutto, i genitori non dovrebbero piazzare i figli davanti a schermi luminosi e coloratissimi. Poi, a scuola bisognerebbe vietare i computer fino alla maturità. Si è persa persino la capacità di scrivere a mano. Purtroppo, per eliminare la fatica di azioni semplici abbiamo impigrito la mente dei giovanissimi.

Quali sono i consigli  per evitare che i giovani mettano in atto comportamenti a rischio tramite queste piattaforme virtuali?
Credo che l’unica cosa da fare sia insegnare una nuova educazione civica, che prenda in considerazione anche il web, e l’insegnamento per un approccio sano al mezzo. Questo spetta immensamente ai genitori e, poi, agli insegnanti. Ogni generazione ha la sua evoluzione tecnologica e succede sempre che il nuovo mezzo non sia utilizzato con cognizione. Ma un corso di aggiornamento dovrebbe essere imposto soprattutto ai genitori che sono impreparati quanto i figli.
Ci sono stati altri casi di ragazzi morti durante le “dirette” di TikTok ma solo ora tale piattaforma intende prendere provvedimenti in merito all’età anagrafica degli iscritti, a controlli e ad una campagna informativa per sensibilizzare genitori e figli. Perché in Italia sembra ci sia la tendenza a mettere in atto queste misure solo a seguito del verificarsi di tragici eventi come questi?
In Italia dobbiamo ancora finire di digitalizzare gli archivi. Inoltre, la demografia ci insegna che nel nostro Paese ci sono più vecchi che giovani. Perciò, non c’è alcun interesse ad investire in queste politiche innovative.

Sono aumentati i suicidi o tentativi di suicidio con lo sviluppo e la diffusione di queste piattaforme virtuali?
Credo che il numero di suicidi sia sotto controllo. Semplicemente, c’è più esposizione mediatica. Un giovane suicida a causa di Instagram o Tik Tok fa molto più notizia di un’anziana che cade dalle scale. Qui, si può introdurre il tema del cyberbullismo che è certamente più pervasivo del bullismo tradizionale: una volta, rintanati in casa, si trovava sollievo; oggi non più perché ogni strumento elettronico connesso alla rete può veicolare messaggi pericolosi.

È sbagliato affermare che se non ci fosse la modalità della “diretta” live questi fatti tragici diminuirebbero? Internet ha dato la possibilità a tutti di essere (o almeno, sentirsi) al centro dell’attenzione. Questa facilità nell’ottenere visibilità potrebbe costituire una grande arma qualora fosse utilizzata in modo intelligente (ad esempio, facendo challenge per raggiungere la serenità, una sofferenza d’amore, un percorso per combattere l’anoressia o altro). Dunque, non è sbagliata di per sé l’arma, ma la modalità. Perché è più facile per i giovani e per le persone ottenere visibilità compiendo azioni negative e non costruttive? 
Non credo che le piattaforme social rinuncerebbero alle proprie innovazioni perché non sono stati ancora prodotti studi scientifici sulla causa-effetto di determinati tragici episodi. Quindi, dobbiamo aspettare. Non mi esprimo sulla tecnologia perché non sono un esperto. Dal punto di vista psicologico, si può dire che la visibilità fa gola a molti, soprattutto quando non si è nessuno. Inoltre, le storie di influencer che sono passati dallo status di anonimo a noto/famoso fanno sognare il popolino ad occhi aperti, perché la ricchezza facile piace, e molto. Credo che il voyeurismo rispetto alla negatività e alla malvagità ci sia dall’inizio dei tempi fino ai giorni nostri. Basti pensare ai casi di omicidio che hanno costellato le pagine dei giornali negli ultimi vent’anni. Un esempio per tutti: Anna Maria Franzoni.

Tra gli utenti di TikTok ed Instagram non ci sono solo giovani e meno giovani che tentano il suicidio, ma anche madri di bambine di 10 anni che pubblicano foto e video in cui le ragazzine ammiccano, si truccano, cantano, ballano twerk con vestitini succinti. In questo caso, quali possono essere i problemi psicologici che corrono queste bambine a lungo andare? È un comportamento diseducativo da parte dei genitori o è un atteggiamento messo in atto per rendere felice la figlia e credere nel suo talento e creatività (questo ciò che i genitori stessi affermano)?
È un fenomeno diffuso ormai da anni. Purtroppo, tendiamo a dimenticare ma vi voglio ricordare le baby escort romane di qualche anno fa. Alcune ragazze venivano fatte prostituire dai genitori. Sicuramente questo è un caso limite ma la rete può innescare trappole ben peggiori. Come dicevamo prima, bisognerebbe insegnare prima di tutto ai genitori come approcciarsi al nuovo mezzo tecnologico.

Ora è subentrata un’altra moda, sempre ripresa dalla videocamera di TikTok: si tratta della Planking challenge e prevede di lanciarsi contro le auto in corsa, oppure di sedersi e sdraiarsi sul cofano di una vettura. Questo gioco, che nulla ha di gioco, pare sia iniziato in Puglia, a Gallipoli, ma casi sono stati segnalati anche in Campania, a Caserta. La domanda è banale: perché?
Anche questi ‘giochi’ sono sempre stati fatti dai più giovani. Ricordate i ragazzi che attraversano l’autostrada di corso, appena vedevano in lontananza una macchina che viaggiava intorno ai 110 km h? Oppure i giovani che lanciavano i sassi dai ponti in mezzo alle tangenziali?

I giovani hanno bisogno di “sentire di esistere” e di “urlare la loro presenza” solo attraverso questi mezzi? La morte (o il tentativo di morte, sfide estreme) sembra davvero l’unico modo per dire di esserci? Qual è la vera colpa della società? Che colpa abbiamo noi?
Gli influencer, ma prima di loro i tronisti di “Uomini & Donne” o i concorrenti del “Grande Fratello”, ci hanno insegnato che, pur privi di talento, alcuni esseri umani possono diventare famosi e modelli di vita. Sembrava che i talent show avrebbero inaugurato una nuova epoca ma non è stato così, perché non esiste l’algoritmo del successo. Anche se hai una bella voce, non è detto che rimarrai sulla cresta dell’onda a lungo. Non ci sono colpe o colpevoli. Come sempre, l’educazione può trovare un rimedio ma deve stare al passo coi tempi. E qui la politica può fare molto.

Purtroppo questi fenomeni aumenteranno e  avranno sempre nomi diversi (prima Blue Whale Challenge, ora Jonathan Galindo, etc ). Forse, è il caso di proporre modelli alternativi costruttivi in grado di far divagare, divertire e intrattenere i giovani in modo sano, piuttosto che continuare solo a criticare e sviscerare il problema? Se ci si limita a criticare in continuazione ma non si sostituisce il mezzo non sano con il mezzo sano, il giovane non ha alternative e ricorre sempre e comunque al primo. Cosa pensa in merito?
In verità, i social e il web in generale possono essere mezzi positivi che veicolano messaggi importanti. Tutto sta nell’utilizzo che se ne fa. Non credo ci possano essere alternative valide fuori dalla rete. Oggi la rete è tutto.

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