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Fatto premessa sui le dubbi e le perplessità sul neo DPCM per la Fase due, ci si rende conto che dopotutto la situazione non è chiara a molti. Il fatto che alcune attività, che dalle 00.00 del 4 maggio saranno permesse, oggi sono vietate non vuol dire che siano necessariamente pericolose. Al di là di aridi ragionamenti legali, che a volte sembrano rievocare epoche di regimi totalitari, vorrei concentrarmi sugli aspetti statistici e numerici della problematica. Premetto che non sono un virologo quindi, sebbene mi sia informato, non voglio entrare nel merito occupandomi di aree che non mi competono come un Burioni qualsiasi. Voglio trattare il problema da un punto di vista meramente statistico e numerico (che poi è quello che conta a livello macroscopico).

L’invito alla cautela degli esperti sulla Fase due

Per giustificare questa Fase due, molti ricercatori, come il Professore Bucci e il Professore Parisi, da settimane pubblicano lavori abbastanza esplicativi, seppur di difficile lettura. Vorrei quindi provare a chiarire, nei limiti della mia capacità divulgativa, alcuni aspetti che sono ormai assodati ma totalmente ignorati dalla popolazione, perché purtroppo in Italia i media vendono emozioni e non informazioni. Ad oggi è assodato che con i numeri che la Protezione Civile comunica ogni giorno ci possiamo fare ben poco. Purtroppo non hanno alcun senso statistico visto che si parla di tamponi, e sappiamo per certo che non vi è più da tempo corrispondenza 1:1 tra paziente e tampone (alcuni pazienti sono stati testati più volte). Se provate a mettere i numeri dei contagi dentro un qualunque modello vi accorgerete che i dati sono fuori da ogni tipo di logica. L’unico dato ad oggi utilizzabile, seppur con le pinze, sono quindi i numeri dei decessi. Dico con le pinze perché quelli riportati dalla protezione civile sono abbastanza sottostimati: non tengono conto di tutti i morti senza tampone, come quelli che purtroppo sono deceduti in casa senza mai avere avuto una diagnosi di Covid-19.

La chiave sta nel numero dei decessi: troppi e sottostimati

Già a fine marzo il Sindaco di Nembro aveva notato qualcosa di strano nei decessi del suo comune e aveva pubblicato un’analisi numerica dove dimostrava che i decessi reali erano fino a 4 volte maggiori di quelli ufficialmente riportati (Fonte Corriere della Sera). Sempre in quest’ottica, il gruppo dei teorici di Roma ha pubblicato qualche giorno fa un lavoro (Qui riportato) dove si provava a stimare il numero dei decessi mediante i dati ISTAT. Anche qui è risultato che il numero di morti è significativamente maggiore di quello attualmente indicato. Usando una siffatta curva dei decessi, si nota come questa venga effettivamente ben rappresentata dai modelli matematici e sia coerente con i provvedimenti presi dal governo e con gli effetti sull’R(t) stimato, cosa che non accade con la curva dei “contagi”.

Ciò detto, è possibile adoperare la curva dei decessi stimata per la costruzione di un modello statistico “a ritroso”. Il vero dubbio quindi è il tasso di mortalità e diversi lavori (Qui il Pdf) però concordano nell’assegnare mediamente un tasso nell’ordine del percento. Usando i dati sui decessi ufficiali di ieri (26.8k, che ricordo essere sottostimati di parecchio), e considerando un delay in media di 8 giorni tra la manifestazione dei sintomi gravi e il decesso (fonte: report ISS), possiamo dire che i contagiati di una settimana fa erano compresi fra 867 mila (letalità al 3%) e 2,68 milioni (letalità al 1%). Ben lontani dai numeri che ogni giorno ci propinano.

Il Covid-19 si propaga come una comune influenza stagionale

Dimostrato che quindi i numeri sono ben maggiori, concentriamoci quindi sul perché l’evoluzione epidemiologica è andata in questo modo. In diversi lavori scientifici pubblicati, si prendono in considerazioni vari fattori di rischio:

  • Diffusione dell’infezione (legato a: indice di mobilita, concentrazione delle abitazioni, densità degli ospedali);
  • Esposizione (dipendente dalla densità di popolazione);
  • Vulnerabilità (legato a: inquinamento, temperatura, età della popolazione).

Attraverso queste variabili si generano dei parametri che vengono confrontati con i dati dei decessi. Dopo una lunga serie di passaggi, che vi risparmio, si genera un “a-priori risk index” che potrebbe “prevedere” l’evoluzione dell’epidemia. L’indice viene normalizzato ad 1 per la Lombardia e tutte le altre ragioni vengono calcolate in relazione a questa (è un indice relativo).

Come visibile dall’immagine, l’indice riproduce abbastanza bene sia l’influenza stagionale che il Covid-19 (tranne qualche regione che viene sottostimata). Questo vuol dire che, esclusivamente da un punto di vista statistico (non stiamo parlando dei sintomi), ammalarsi di Covid-19 è esattamente come ammalarsi dell’influenza stagionale. Pertanto se negli ultimi anni non vi siete beccati l’influenza è molto probabile che non vi beccherete nemmeno questa.

Decisioni governative necessarie, ma non infallibili: meglio non rischiare in Fase due

Le norme attuate finora sono state dettate dal panico e dalla assoluta impreparazione del sistema sanitario nazionale, erano necessarie? Probabilmente. Sono infallibili? Assolutamente no. Se però noi usciamo dal 4 maggio 2020 convinti che sia bastato rispettare da bravi soldatini quei decreti stiamo creando la ricetta per il disastro.

Leggi anche: Bozza del decreto PCM relativa alla Fase 2

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