Dopo lo sgombero di ieri in via Cardinal Capranica nel quartiere di Primavalle a Roma, ritorna al centro del dibattito politico dentro e fuori l’Urbe la questione delle case popolari. Per l’emergenza abitativa, solo nella Capitale sarebbero 12mila attualmente le persone in attesa di una casa. La spesa nel nostro paese per l’edilizia popolare è molto bassa. La cosiddetta erp (edilizia residenziale pubblica), occupa una minuscola parte della spesa pubblica generale, circa lo 0,13% molto lontana dalle percentuali di altri Stati europei, dove questo capitolo di spesa è circa il 2,5-3% del totale.

La legge del 1963 e le case per i lavoratori

Era il lontano 1963 quando la legge denominata “Liquidazione del patrimonio edilizio della Gestione I.N.A – Casa e istituzione di un programma decennale di costruzione di alloggi per lavoratori” disciplinò il Piano INA-casa, un piano di intervento voluto dai primi governi repubblicani per estendere a tutto il territorio italiano l’edilizia residenziale pubblica. Proprio all’interno di questa legge fu prevista la Gescal. Acronimo apparentemente oscuro ma in realtà una vera risposta e delle risorse concrete per la costruzione di nuove case popolari in Italia.

Il fondo  Gescal: Gestione case per i lavoratori

La Gescal, gestione case per i lavoratori, era un vero e proprio fondo dove da allora si decise di conferire parte dei contributi dei lavoratori dipendenti, delle imprese e in parte finanziamenti governativi. Erano quattro i tipi di progetti in cui si dividevano i finanziamenti destinanti a questo fondo: potevano richiedere finanziamenti tutte quelle aziende pubbliche o private per costruire abitazioni per i propri dipendenti, potevano essere finanziate delle cooperative, concessi dei mutui a singoli privati e anche dei finanziamenti per i lavoratori dipendenti. Ma le cose andarono proprio così?

Non proprio. Già 66 anni fa, fin dalla nascita del fondo, non mancarono aspre polemiche sulla sua gestione. Con questi finanziamenti furono costruiti infatti alloggi popolari che poi furono assegnate a lavoratori autonomi, anche se questi non versavano nessun contributo. Forse proprio anche a causa di queste polemiche Gescal non ebbe vita lunga. Nel 1973 l’ente fu soppresso ma solo nel 1992 cessarono di essere versati i contributi di lavoratori e imprese. Per due anni inoltre, dal 1990 al ‘92, con Decreto del Presidente della Repubblica venne stabilito di destinare circa 200 miliardi dell’ex fondo Gescal al finanziamento di strutture di recupero per ex tossicodipendenti.

Il FIA: Fondo investimenti per l’abitare

In Italia esiste oggi il Fia. Il Fondo investimenti per l’abitare (Fia) viene gestito da Cassa depositi e prestiti, che vi partecipa insieme al Ministero delle infrastrutture e dei trasporti ed alcuni privati (gruppi bancari, assicurativi e casse di previdenza privata). Istituito nel 2009 con una dotazione iniziale di circa 2 miliardi a cui si è sommato il co-investimento di circa 1 miliardo di euro da parte di fondi locali, promossi anche in questo caso da fondazioni, casse di previdenza privata, gruppi bancari e assicurativi ha deliberato, stando ai dati del 2018 della Fondazione housing sociale, 255 progetti, di cui circa la metà è stata portata a termine. La restante parte invece è in corso di realizzazione, avvio o sviluppo. Il termine, fissato dal Fia è quello del 2020 e si stima che per allora il bilancio degli alloggi sociali realizzati si attesterà intorno alle 18.500 unità.

Il Piano Casa del 2008

Nel 2008 fu istituito il Piano Casa (rifinanziato poi nel 2014 con nuovi fondi) grazie al quale si sono fatti dei passi avanti rispetto al passato, ma nonostante ciò i problemi rimangono ancora molti. In uno studio del 2017, Poggio e Boreiko segnalano la mancanza di un piano unitario per soddisfare quella fetta crescente di italiani esclusi dai piani di edilizia popolare e social housing. Il social housing fu istituito con il Piano Casa del 2008 per riconoscere per la prima volta un ruolo sostanziale del capitale privato nel contributo all’offerta residenziale popolare. In particolare, gli autori discutono del bisogno di riformare sostanzialmente l’edilizia pubblica, che oggi è bloccata da condizioni fiscali avverse. Sono ancora scarsi gli incentivi fiscali per gli attori pubblici, risultato anche per questo limitato raggio d’azione dell’edilizia popolare.

La ripartizione dei fondi penalizza il SUD e avvantaggia il NORD

Un altro problema è quello della ripartizione degli investimenti del Fia. Sono infatti tutt’altro che omogenei i finanziamenti sul territorio italiano: secondo gli ultimi dati disponibili solo il 7% dei fondi totali sono destinati al Sud, il 20% e ben il 68% del totale delle risorse al Nord. Cassa depositi e prestiti, di fatto proprietaria di questo fondo imputa questa disparità alla diversa di disponibilità di enti presenti sul territorio in grado di presentare progetti soddisfacenti sotto il profilo realizzativo al Nord.

Sarebbe giusta una Tassa per costruire nuovi alloggi?

Come superare queste criticità? Aiuterebbe ripensare oggi a una nuova Gescal? Di certo le nuove tasse non sono mai popolari. L’attuale compagine di governo sta spingendo verso una riforma complessiva della fiscalità, o detta più semplicemente flat tax, e difficilmente in questa riforma ci sarà posto per questa nuova tassa. Qualche beneficio un nuovo fondo per l’edilizia popolare potrebbe averlo però, magari riducendo quella lunghissima lista di chi ancora oggi a una casa ne avrebbe diritto ma ancora sta aspettando.

 

 

Matteo Petri

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