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«Alle volte ho pensato che non rispecchi le mie vere passioni, ma ormai riconosco da tempo che a Sanremo succede tutto quello che riguarda la musica».
Parola del giornalista musicale John Vignola, intervistato da Christian Dalenz e Vladimiro Modolo nella cornice di Suite 2020 a Sanremo. Vignola era qui per presentare l’ultimo libro che ha curato, “Sanremo 70 – Storia fotografica del Festival della canzone italiana“, una raccolta di fotografie sul Festival di Sanremo che come lui stesso ci ha spiegato contribuisce a chiarire l’importanza storica della manifestazione canora sulla cultura italiana.

«Fenomeni come Myss Keta, Francesco Gabbani, Ermal Meta, Fabrizio Moro, Mahmood e Achille Lauro sarebbero impensabili se vedessimo Sanremo esclusivamente in maniera stereotipata, come festival nella canzone melodica e melodrammatica italiana». In realtà è da sempre che il Festival, secondo Vignola, «rappresenta un’istantanea di quello che la musica italiana offre in un determinato momento e di cosa sta facendo nella società. Nel blu dipinto di blu nel contesto del 1958 era dirompente; Domenico Modugno cantava in maniera confidenziale, all’americana, con un testo onirico che sembra un quadro di Chagalle, in un contesto da belcanto dove pochi anni prima Nilla Pizzi cantava “Vola colomba bianca vola“. E poi negli anni ’60 arrivavano a Sanremo le più grandi star del rock e del pop angloamericano come gli Yardbirds, Dusty Springfield e Wilson Pickett che faceva un duetto con Battisti».

John Vignola (al centro), durante la presentazione del libro “Sanremo 70” a Suite2020

Per Vignola Sanremo ha rappresentato l’innovazione «anche nei fuoricampo, se pensiamo che il grande brano Meraviglioso presentato da Modugno nel ’68 fu scartato dal Festival, e che esso ospitò più avanti le prime mosse di Vasco Rossi».

Abbiamo parlato con John poco prima della seconda serata di Sanremo. Ecco qui i suoi gusti rispetto alla prima: «Mi è piaciuta molto Elodie, non era facile il suo pezzo. Ho apprezzato anche lo stile di Achille Lauro nonostante le sue canzoni siano troppo lunghe; è un musicista che usa tutti gli strumenti possibili per affermare un’identità artistica. Sono rimasto molto contento anche di Diodato».

Qui potete ascoltare l’intera conversazione che abbiamo avuto con lui:

 

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