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Giunti alla 70esima edizione del Festival, c’è da chiedersi se il palco dell’Ariston non rappresenti i veri umori degli italiani in maniera più affidabile degli exit poll. Durante queste cinque giornate di festival nazionalpopolare vedremo il peggio dello showbiz italiano scontrarsi con un emergente bisogno di rinnovamento televisivo. Dalla redenzione del merito femminile alle caricature della musica ialiana degli anni ’70.
Una cosa è certa, se Renzi fosse stato al posto di Marcello Foa, probabilmente avrebbe rottamato alcuni degli arzilli penzionati che sgambettano ancora sul palco del festival.

Conduzione ed altre avventure 

Un ingessato Amadeus, più burattino da copione che intrattenitore alla Mike Buongiorno, si muove sui fili degli scandali dei mesi passati. E si nota eccome. Dall’imbarazzo nel presentare le conduttrici alla scelta capillare delle parole. Le presenta come  bellissime sì, ma anche bravissime ( e mettiamoci pure simpaticissime, per abbondare con i superlativi). Lo aiuta un esaltato Fiorello, la quale unica battuta politica è riferita alla caduta del governo, con un pizzico di blasfemia: “Ricordati che al Festival si entra papa, ma si esce Papeete“. Durante tutta la diretta, l’ex fedele compagno di Buongiorno, fa le sue comparsate macchiettistiche. Un po’ per spezzare l’impostazione da conduttore di quiz televisivi di Ama, ma anche per riassorbire le tendenze personalistiche ed egocentriche del mister Cipolla.

Patriarchism washing di Amadeus

E poi entrano le quote rosa, prima Diletta Leotta, scontato, e poi una potentissima Rula Jebreal. Chiaramente solo dopo aver lasciato spazio alla sfilata degli uomini, compresa l’esibizione di Tizianone Ferro. Stavolta Ama, decide di fare un po’ di patriarchism washing e presenta una Leotta in damascato color senape, nominandone anche una laurea in giurisprudenza. C’è bisogno di legittimare che la nota conduttrice sportiva abbia anche un titolo da vantare, oltre alla sfortunata esperienza con Miss Italia. E forse ce lo ricorda meglio lei tra le righe, quando nello scendere gli scalini dell’Ariston, fa la telecronaca dei passi che le mancano per raggiungere il palco dell’Ariston.

Non male il discorso sulla coesistenza di merito e bellezza, con tanto di riferimento intimo alla nonna sicula. Diletta Leotta si confronta infatti con una sè stessa del 2070, riempita di rughe d’espressione e con la pelle non più correggibile dal trucco. Ma la verità è che il tempo in cui la vecchiaia era premiabile come saggezza, manifestazione di vera resilienza ed esempio è finito ( vedi Rita Pavone). Ora i vecchi non vogliono più fare il loro lavoro e si sostituiscono ai giovani nell’arroganza e nella sfida. Infatti cara Diletta, quella bellezza sfigurata non rimarrà un esempio per le future generazioni. Perchè probabilmente non la vorrai neanche tu a ricordarti i fasti ormai passati. E questo già si vede nelle modificazioni di una bellezza presente. Senza nulla togliere alla chirurgia plastica. Scelta personale. Ma la prossima volta magari ricordiamo a tutte le donne, ed anche agli uomini, che c’è un modo per rimanere immortali: le impronte dell’intelletto.

Meglio Rula della Leotta

E forse ci riesce meglio Rula, la giornalista e scrittrice palestinese di adozione italiana, della quale Amadeus non riesce esaustivamente ad elencare tutte le cariche e posizioni ricoperte. Riesce infatti a portare una vera ventata di novità e consapevolezza a Sanremo. Porta una storia scomoda, la sua, pesante ed assolutamente lontana dai riflettori. Nel suo monologo in piedi di fronte ad un libro bianco ed ad uno nero recita una commemorazione delle vittime della violenza, del patriarcato, della colpevolezza legata al genere. Reinterpreta il termine femminicidio e stupro per quello che sono: una violenza di genere che uccide molto molto di più di un virus biologico. E ci riesce con solennità ed incisione. Citando proprio la luce: versi scritti da uomini e dedicati alle donne, ed il buio: le domande rivolte alle vittime in sede di tribunale, la seconda violenza di matrice istituzionale.

E poi la musica…

Sì perchè c’è anche la musica a Sanremo. E se a qualcuno dovesse capitare ancora di criticare lo standard nazionalpopolare dei testi e delle melodie dei pezzi in gara, sappia che toglierebbe l’essenza satirica del festival in sè. Nacque infatti proprio nel Secondo Dopoguerra per celebrare tutti quegli elementi caratteristici e iperbolici della tradizione della commedia italiana. Benpensanti, personaggi alla Totò e musica neomelodica. Cosa potreste volere di più per riempire la vostra homepage di Facebook di commenti affilati? E d’altronde se dovessi mettere su una bilancia le fiction prodotte dalla Rai ed il Festival di Sanremo, non esiterei a scegliere il secondo. Almeno possiamo vedere il baffo più sexy d’Italia, quello di Beppe Vessicchio.

La musica per davvero

Tra le nuove proposte giovanili c’è Fadi, cantautore romagnolo emergente con padre nigeriano. Canta un inno alle panchine bolognesi strizzando un’occhio all’habitat naturale delle sardine: la Romagna, e pure al Sangiovese! Che non si venisse a dire poi che le eccellenze italiane non sono alla ribalta al Festival. Vista anche la poderosa sponsorizzazione di Nutella sul palco esterno dell’Ariston. Molte canzoni che parlano di rinascite personali e percorsi di ritrovamento del proprio Ego: da una scoppiettante Irene Grandi vaschizzata (le parole del testo e la melodia sembrano un vero omaggio di Vasco a sè stesso), fino ad un hypster agricoltore come Marco Masini che si presenta con una canzone che parla dell’evoluzione della coscienza di sè stessi.

Una menzione speciale va ad Achille Lauro, si presenta con un travestimento carnevalesco alla Paul Bettany nel Codice da Vinci. E poi con una mossa alla Arturo Brachetti, si lascia indosso una tutina Gender Fluid. Sfida i canoni estetici del pubblico medio del Festival ma si vede chiaramente l’assenza di disinvoltura. E’ apprezzabilissima la provocazione, ma per sfidare i canoni estetici di genere bisognerebbe almeno un po’ crederci. Altrimenti pare che ti abbiano costretto solo i tuoi curatori di immagine. Inoltre ha perso l’ennesima occasione. Da un titolo così pregno di evocazione storia, “Me ne frego”, mi aspettavo qualcosa di più che la solita canzoncina d’amore recitata con una cadenza trap. Speriamo facciano meglio stasera Elettra Lamborghini e Junior Cally.

Claudia Comandini

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