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La festa de San Giovanni è una de le più sentite dar popolo romano.
Coincideva all’epoca coll’entrata dell’estate e per questo er sacro s’è unito cor profano.
Oltre a rendere omaggio ar santo, se ballava, se cantava e soprattutto se facevano grandi abbuffate.
Che se magnava? Noi romani semo famosi per i piatti poveri, riuscimo a fa’ un banchetto puro co li scarti de macelleria. Trippa, pajata, coda, animelle, testarella, coratella; tutto quello che d’altre parti era der gatto, da noi è divenuto leccornìa; e a San Giovanni se magnavano le lumache ar sugo.
L’ingrediente principale era praticamente gratis, bastava una camminata pe’ campi, mezz’ora dopo che spioveva (all’epoca quarche temporale ancora lo faceva). Poi ce voleva la maestrìa dell’oste a trasformalle in un piatto da milòrdi.
Chissà pe’ quale bizzarìa, se credevano che la sera prima, quella der 23 de Giugno (che sarebbe oggi, Fatece caso) la piazza fosse sorvolata da le streghe in groppa alle scope loro; forse per via der fatto che da oggi le giornate cominceno a’ accorciasse, e er buio piano piano, ripija piede sulla luce.
Pe’ esorcizzasse da la stregoneria se usavano le erbe intitolate ar Santo, aglio e cipolla in testa, che venivano vendute dalle bancarelle su la piazza; ce facevano proprio un corteo. Venivano giù dar Monte Cipollaro tutti in fila co ghirlande ar collo de aglio e de cipolla, e la festa cominciava.
Mamma mia è de San Giovanni e quanno er 23 me portava a cena in borgo, me metteva sempre ‘no spicchio d’aglio in saccoccia.

Rifatece fa’ ‘ste feste.

Ridatece Roma Nostra

 

Fatece caso

MAmanero

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