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Torino. Alle 10 di sera all’ingresso di Gucci ci sono macchie di sangue, sassi e vetri sfondati. Dentro è rimasto quasi più niente. Si sono portati via borse, cappotti, coprispalla, gonne, monili. Hanno frantumato le vetrine, depredato quel che c’era. Le forze dell’ordine fermano un paio di persone che si allontanano con la refurtiva. Gli altri spariscono. E a folate si accaniscono su via Roma, la strada dello shopping di Torino. A sassate sfondano le vetrate dei negozi, si prendono vestiti, scarpe e profumi. Devastano tutti i déhors di via Lagrange, spaccano quel che trovano sotto i portici di via Po e via Accademia Albertina.

La notte di Torino è lacrimogeni e sirene, bombe carta e razzi da stadio. E la polizia che reagisce. Eccola qui la rabbia di chi è rimasto senza lavoro, senza reddito, senza speranza. È una rabbia che arriva dalle periferie, ragazzi che urlano a squarciagola: «Ci stanno derubando». Non è la rabbia dei negozianti, quella che infiamma la notte torinese. Non è soltanto la rabbia dei baristi costretti a lavorare mezza giornata. È la furia cieca di una fetta di società che si sente esclusa. Che odia la politica. Che ha individuato, in questo momento, l’attimo giusto per dire basta e riversare anni di frustrazione repressa.

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