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In collegamento telefonico ai microfoni di Riccardo Filippo Mancini e Danilo Conforti, durante Febbre da Roma, è intervenuto il giornalista e telecronista di Dazn Riccardo Mancini. Ecco le sue parole:

Ciao Riccardo, benvenuto. In questo periodo di quarantena ti abbiamo seguito sui social, attraverso le interviste in diretta Instagram con tanti calciatori di Serie B, il campionato che commenti abitualmente. Com’è andata questa esperienza?

È stata davvero una bella esperienza, fatta a titolo assolutamente personale per poter mantenere i contatti con i calciatori che mi trovo a commentare ogni sabato e domenica. È stata un’occasione per cementare vecchi legami e farne nascere di nuovi. Il tutto, ovviamente, in un contesto informale, con interviste molto rilassate, simpatiche e piene di aneddoti. Ho anche dato vita a un contest in cui i calciatori commentavano le loro azioni e i loro gol, e, a sorpresa, ha vinto Micai, della Salernitana, con il commento di una sua bella parata: è stato molto divertente, anche se ha rischiato di rompere un computer piuttosto costoso. Il fatto è che, in questo periodo, la serie B se la sono dimenticata un po’ tutti, e da addetto ai lavori mi dispiace. Ovviamente i calciatori di Serie A e i grandi campioni come Totti, Vieri e Del Piero tirano di più, e io non avrei mai potuto competere, quindi ho deciso di fare una cosa un po’ più di nicchia.

Anche perché la nostra Serie B è un campionato di buonissimo livello.

Assolutamente si, ci sono tanti giovani talenti. Negli ultimi due anni ho scoperto molti ragazzi che possono fare il grande salto. Sinceramente non lo immaginavo: mi sono occupato di Serie B nel 2011, poi sono passato soprattutto al calcio internazionale, ma l’anno scorso ho ritrovato un campionato davvero ricco di giovani talenti. Tante squadre di Serie A mandano in B i potenziali giocatori del futuro e quindi, secondo me, se uno è bravo a osservare e “pescare”, in Serie B trova giocatori molto interessanti.

A proposito di grandi talenti, c’è qualcuno secondo te che potrebbe essere già pronto per il salto in Serie A?

Ce ne sono diversi. Il primo che mi viene in mente è Scamacca, dell’Ascoli, peraltro passato anche dalle giovanili della Roma: un ragazzo classe ‘99 che vede la porta, gioca per la squadra, e può ancora crescere. Parliamo sempre di giovani di 20, 21 anni, e quindi con ampi margini di crescita. Poi c’è Bettella, del Pescara ma di proprietà dell’Atalanta, che fa molto bene già da due anni. Tra i ragazzi del ‘96 ci sono portieri molto interessanti e talentuosi, come Vicari del Perugia, Contini dell’Entella…sono tanti.

Apriamo un attimo una parentesi per parlare del tuo percorso professionale. Tu sei un ragazzo che ha creduto fortemente nel sogno di poter fare il giornalista, cosa che spesso viene sconsigliata ai giovani che si affacciano a questo mondo. In tal senso, tu sei un esempio positivo anche per questi ragazzi. Quali sono stati i passaggi della tua carriera e cosa ti ha convinto a non mollare?

Io mi considero molto fortunato. Conosco molte persone che nel corso del tempo hanno lasciato, e anche a me è stato sconsigliato, da un amico che lavorava nel settore, di intraprendere questo percorso. A quel punto mi demoralizzai un po’, sono sincero. Però sono stato fortunato perché ho comunque portato avanti la mia passione: ho cominciato a scrivere per gioco, ho avuto diverse opportunità, e poi è entrato in gioco anche il fattore fortuna, che un po’ mi ha accompagnato negli ultimi quindici anni. Nel frattempo ho portato avanti anche gli studi, nel mio caso in Scienze motorie, perché volevo rimanere nel mondo dello sport. Mi sono laureato anche in Management dello Sport, e nel frattempo è arrivato il colpo di fortuna. Nel 2011 ho avuto la possibilità di salire a Milano, a Sky Sport 24, per uno stage di tre mesi in cui ho potuto dimostrare le mie qualità. Succede che qualcuno vuole sentire una mia telecronaca, io gliela lascio e l’anno successivo mi mettono sotto contratto per commentare la Serie B, da Roma. Finito quell’anno, ebbi un’altra opportunità con una sostituzione estiva per il calciomercato, e già il secondo giorno vado a prendere Handanovic al ristorante, per fare un esempio. Secondo me ci sono stati diversi episodi fortunati, ho portato avanti questa passione molto per gioco ma sono stato caparbio, non ho mollato, ho portato avanti due percorsi paralleli anche per avere strade diverse da percorrere in futuro. Poi è chiaro che un po’ di fortuna ci vuole sempre, non smetterò mai di dirlo.

Che consiglio daresti a un ragazzo che si avvicina al mondo del giornalismo e che magari vuole fare proprio il telecronista?

In questo mestiere ci sono diverse sfaccettature, e la telecronaca è una di queste. Però, prima di tutto, un ragazzo che si affaccia a questo mondo deve pensare di diventare giornalista, perché questo è fondamentale. Studiare per diventare un giornalista, fare molta pratica, molta esperienza. Poi anche lì si tratta di opportunità. In un percorso ci sono diverse strade, diversi bivi, diverse chance, e la telecronaca è una di queste. Io ho iniziato volendo fare il giornalista, ovviamente, anche perché volevo avere una base solida e importante per raccontare un evento. Poi la telecronaca un po’ devi averla dentro, un po’ puoi impararla, ma secondo me è fondamentale diventare giornalisti e capire come funziona questo mondo: venire a contatto con aspetti che non conosceresti in situazioni diverse. Sono convinto da sempre che prima di pensare a diventare un telecronista, occorra diventare un giornalista.

Tu hai avuto modo di commentare il calcio internazionale, in particolare la Premier, e hai fatto anche tante finali di coppa inglesi. C’è una telecronaca a cui sei particolarmente legato?

Sono tante, in realtà. Poi commentare in uno stadio come Wembley è qualcosa di fantastico, che auguro a tutti quelli che si avvicinano a questo mestiere, perché è un teatro meraviglioso, dove c’è la storia, la leggenda, dove hanno giocato calciatori fantastici. Poi io sono anche facilitato dal fatto che Londra è una delle mie città preferite, e devo dire che una delle partite che ricordo con più piacere è la primissima che commentai da Wembley: il Community Shield del 2016, in cui si affrontavano il Leicester di Ranieri e il Manchester United di Ibrahimovic e Mourinho. Il Leicester Campione d’Inghilterra tre mesi prima contro lo United che aveva vinto la FA Cup in modo rocambolesco, all’ultimo minuto contro il Crystal Palace. Quella era la mia prima trasferta vera e propria da telecronista: venivo da quattro anni di telecronache tutte fatte da uno studio, quindi l’impatto era già importante di per sé, in più c’era lo scenario di Wembley, il Leicester, Mourinho, Ibrahimovic, lo United; e poi vicino a me avevo uno come Fabio Capello. La prima telecronaca che facevo, la facevo insieme a un’altra leggenda del calcio. Peraltro uno che non ha peli sulla lingua, che se deve dirti una cosa te la dice durante la telecronaca senza troppi problemi, quindi inizialmente partii un po’ contratto, secondo me, perché avevo quasi timore reverenziale nei confronti di Capello. Poi la partita è andata bene, ma avere vicino uno come lui significa imparare sempre qualcosa. A livello sportivo, tecnico, tattico, ma anche a livello umano, perché è una persona straordinaria.

Hai un po’ anticipato la prossima domanda, che sarebbe stata proprio su Capello. Qui a Roma lo ricordiamo con piacere per lo Scudetto, ma con meno piacere quando poi ha scelto la Juve. Negli ultimi anni ha commentato spesso delle partite, anche se poi ha un po’ ridotto questo tipo di impegni. Cosa puoi dirci di lui come commentatore tecnico?

Si, è un peccato che ne faccia così poche. Poi, sai, sono anche racconti diversi. A Fox Sports si fa un certo tipo di racconto del calcio, che è diverso da quello che si fa a Sky. Noi facevamo solo calcio internazionale, mentre a Sky il discorso è più ampio, avendo loro i diritti della Serie A.

Veniamo alla Roma. C’è una partita che ricordi in particolare?

A dire il vero no, perché non mi è mai capitato di commentare la Roma. Ho commentato una volta la Lazio, all’Olimpico, il 5 febbraio contro il Verona, e quella è stata l’unica volta che ho commentato in quello stadio.

Cosa ne pensi della Roma di quest’anno, e soprattutto di Fonseca?

Fonseca è un allenatore che mi piace molto. È un allenatore che riesce a entrare nella testa dei calciatori, e io sono convinto che gli allenatori di oggi debbano essere innanzitutto degli psicologi, e poi essere anche bravi tecnicamente. Secondo me Fonseca è su quella strada: sa lavorare sulla testa dei calciatori. Lo sta facendo, e non è un lavoro facile perché secondo me la Roma ha diversi calciatori che vanno coccolati emotivamente, ma sta facendo un buon lavoro. Forse mi aspettavo qualcosina in più, vedendo la rosa della Roma, a livello di ambizioni e di posizione in classifica. Però è una squadra che potenzialmente può ancora crescere tanto. Forse le manca un po’ di esperienza in mezzo al campo: pesa l’assenza di uno come De Rossi, per citarne uno che ha spostato tanto gli equilibri sia all’interno dello spogliatoio che sul campo. Mi piace molto Veretout, già dai tempi del Nantes, è cresciuto molto anche lui; mi piace molto Cristante, ma forse lì serve una figura che riesca a trascinare, e che oggi manca. Ci sono tanti giocatori importanti, ma forse serve qualcosa lì per fare il salto di qualità. Negli ultimi anni la Roma mi sembra un’eterna incompiuta, ma il materiale sembra molto promettente e quindi i tifosi possono ben sperare per il futuro.

Nella Roma ci sono anche giocatori che vengono da altri campionati, in particolare Smalling e Mkhitaryan, che sono stati accolti anche con un po’ di scetticismo al loro arrivo.

In realtà anche io ero tra gli scettici, ma credo fossimo in tanti. Personalmente, commentando il Manchester United, ricordo che a Old Trafford non vedevano l’ora di liberarsi di Smalling. Era un costante disastro, ve lo garantisco: in Premier League, in FA Cup. E invece ha dimostrato di essere un difensore molto solido, un difensore di spiccata leadership. Ecco, questo non me l’aspettavo. Non credevo che riuscisse a spostare così tanto a livello di emotività, anche nei confronti dei compagni. Mi sembra un trascinatore, anche da un punto di vista mentale, ed è stato fondamentale in questa stagione. Invece mi aspettavo molto di più da Mkhitaryan: un bell’approccio, poi i soliti infortuni, qualche pausa. È un giocatore discontinuo, lo ha dimostrato sia all’Arsenal che allo United, però tecnicamente è davvero uno dei migliori in Serie A, uno che con il pallone fa veramente quello che vuole, e sta confermando di essere uno dei migliori nel suo ruolo in Italia. Sinceramente lui me lo aspettavo, Smalling un po’ meno.

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