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Mentre scrivo queste note ignoro gli ultimi dati riguardanti l’affluenza di coloro che votano il referendum sul taglio dei parlamentari. Alle 12 di ieri si era recato ai seggi la miseria dell’undici per cento degli aventi diritto al suffragio. Mettiamo che da qui a domani la percentuale si quadruplichi: si arriverebbe al massimo a quota quaranta, il che dimostrerebbe il generale disinteresse per codesto plebiscito. Ciò non stupirebbe e confermerebbe quello che vado dicendo da vari giorni: le questioni costituzionali non generano emozioni nell’elettorato. Anzi, lo annoiano e, anche se in alcuni casi cerca di informarsi, esso non riesce ad afferrare il senso di determinate riforme. Coloro che si sono dati da fare al fine di promuovere il no alla decimazione di senatori e deputati, a mio modesto giudizio, hanno perso tempo e sprecato energie.

La casta, a forza di essere dileggiata dai grillini e non solamente da loro, si è resa antipatica alla gente, che le attribuisce ogni genere di misfatti politici. Pertanto la massa è incline a gradire lo sfoltimento dei Palazzi. Sono certo che a spoglio avvenuto non ci troveremo davanti ad alcuna sorpresa. Azzardo una previsione: 30 no e 70 sì. Un esito di queste proporzioni imporrebbe elezioni nazionali immediate finalizzate a rendere compatibili le Camere col nuovo dettato della Carta. Vero che sarebbe indispensabile una legge elettorale conforme ai cambiamenti imposti dal referendum, ma è altrettanto vero che la approvazione di regole adeguate non richiede tempi biblici. Basta che la politica si renda conto di una evidenza semplice: se gli italiani hanno deciso di ridurre il numero dei propri rappresentanti, serve un provvedimento urgente che consenta di eleggere assemblee che rispondano alle norme di recente conio.

Di conseguenza Mattarella sarebbe obbligato a sciogliere subito le Camere e ad avviare le procedure volte a fornirne due alla patria che corrispondano alla subentrata realtà costituzionale. Rammento che nel 1993 l’allora presidente Scalfaro, dopo il referendum Segni, che vinse, fu costretto a indire i comizi in base allo stesso ragionamento che ho compiuto io. Dunque la metà dei grillini ora in Parlamento volgerà all’ovile entro l’inverno. E addio Conte.

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