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Quella maledetta notte tra il 5 e il 6 settembre scorso, i fratelli Marco e Gabriele Bianchi non si precipitarono in largo Santa Barbara per difendere degli amici in difficoltà dopo aver fatto i bulli. I coimputati Mario Pincarelli e Francesco Belleggia non avevano un rapporto di amicizia con i Bianchi, erano dei semplici conoscenti, si erano incontrati casualmente a Colleferro con la comitiva dei due campioni di MMA e nessuno era in difficoltà.

Sentito odore di rissa, a chiedere l’intervento dei due fratelli erano stati i loro amici Michele Cerquozzi e Omar Sahbani e loro, tornati nella zona della movida dopo che si erano allontanati per andare a fare sesso nei pressi del cimitero con delle ragazze appena conosciute, iniziarono subito a tirare calci e pugni, uccidendo Willy che si era attardato nella zona avendo visto che un suo amico era in pericolo. Un pestaggio feroce, a quanto pare solo per il gusto di alzare le mani, senza un motivo.

Il particolare è emerso questa mattina dalle prime testimonianze nel processo per l’omicidio del 21enne di Paliano. E c’è di più. Il tenente Agatino Roccazzello, comandante del Norm della compagnia di Colleferro, rispondendo alle domande dei pm, delle difese e dei legali di parte civile, davanti alla Corte d’Assise del Tribunale di Frosinone ha ricordato infatti anche gli altri procedimenti in corso sui Bianchi, per spaccio di droga e violenze, e ha riferito che nel corso delle indagini ha ricevuto confidenze su ulteriori aggressioni compiute dai due fratelli di Artena, noti come i gemelli per la loro somiglianza, e dal loro gruppo, ma che le vittime per paura hanno sempre preferito non presentare denunce.

“Quando quella notte in piazza arrivarono i Bianchi – ha sottolineato il comandante del Nucleo operativo e radiomobile – abbiamo visto dalle telecamere che alcuni giovani si allontanarono frettolosamente. Abbiamo saputo, ma solo informalmente, anche di altre aggressioni, perché le vittime non si sono neppure volute far identificare”.

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I due campioni della tecnica mista di arti marziali facevano paura in quella zona di confine tra le province di Roma, Latina e Frosinone. Passando poi agli accertamenti compiuti, alle intercettazioni e alle testimonianze raccolte, il tenente Roccazzello ha specificato che ad aggredire Willy Monteiro Duarte furono tutti gli imputati, ma alla domanda dell’avvocato Vito Perugini, difensore di Belleggia, su chi avesse fatto cenno al calcio che quest’ultimo avrebbe sferrato all’aspirante chef quando già era immobile a terra, l’investigatore ha fatto soltanto i nomi di Cerquozzi, Sahbani e Vittorio Tondinelli, dunque degli amici dei Bianchi denunciati dallo stesso Belleggia sostenendo che avrebbero testimoniato il falso.

A testimoniare sono stati inoltre altri tre carabinieri, tra cui il luogotenente Antonio Carella, comandante della stazione di Colleferro, che ha ricostruito i drammatici momenti seguiti all’aggressione subita da Willy e la corsa ad Artena per bloccare “i gemelli” e gli altri imputati. “Ho sentito dentro la caserma le urla provenire dalla piazza, non erano urla della movida, ho capito che era successo qualcosa di grave e sono sceso subito. Ho notato un ragazzo a terra, era il povero Willy”.

Poi, ricevuta una foto della targa del suv con cui il gruppo di Artena si era allontanato, la corsa fino al bistrot dei Bianchi: “Li conoscevo per altre indagini”. Una denuncia per droga del resto proprio i Bianchi l’avevano collezionata anche dai carabinieri di Colleferro. “Mentre parlavo con i due fratelli all’interno del locale – ha concluso il luogotenente – mi è arrivata una telefonata che Willy era morto”.

Ricostruzioni dettagliate di quella tragica notte e dei colpi senza pietà sferrati al 21enne a cui ha assistito in aula la mamma della vittima. Al di là dell’udienza, emerge però anche un altro particolare che sembra confermare l’ipotesi che gli amici dei Bianchi fossero soliti chiamare quest’ultimi quando si creavano tensioni attorno a qualche locale e si poteva far finire la serata in rissa.

Nell’inchiesta per spaccio ed estorsione portata avanti dalla Procura di Velletri, per cui in primo grado Marco e Gabriele Bianchi sono stati condannati a 5 anni e 4 mesi e Sahbani ha patteggiato a 4 anni e 8 mesi, emerge infatti un’intercettazione del 4 dicembre 2019, in cui Sahbani chiama Marco Bianchi e gli dice di correre in un locale di Velletri perché c’è un problema. “Modus operandi ormai collaudato, per ogni problema vengono contattati i fratelli Bianchi”, specificano i carabinieri nell’informativa di reato. Stesso sistema costato la vita a Willy.

I Bianchi intanto, tramite il loro legale, l’avvocato Massimiliano Pica, insistono affinché vengano tolti dall’isolamento e venga revocato il divieto di incontro tra loro, attualmente detenuti uno a Viterbo e l’altro a Rebibbia, puntando a poter tornare nello stesso carcere. Nella prossima udienza, il 15 luglio, verranno ascoltati il consulente medico-legale della Procura, Saverio Potenza, il consulente esperto di arti marziali, Giovanni Bartoloni, e i primi testimoni oculati, i giovani che a Colleferro nove mesi fa hanno assistito al massacro.

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