ponte morandi genova

Era il 14 agosto del 2018. Diluvia su Genova. E’ allerta arancione. Alle 11.36 del mattino un fulmine squarcia il cielo. In quell’istante crolla il viadotto sulla A10 . Era il ‘Ponte Morandi’, vite spezzate in pochi secondi, accartocciate sotto tonnellate di cemento armato.

Dopo un anno, il presidente della Liguria e il sindaco-commissario Marco Bucci possono vantare due risultati: aver fatto sparire il relitto del ponte di Genova e aver trovato, in tempi abbastanza brevi, una sistemazione per le 260 famiglie sfollate.

Le questioni ancora in sospeso sono molte, a partire dal destino dei 50 mila metri cubi di macerie accatastate al suolo dopo l’implosione di fine giugno, che ostacolano i lavori per la nuova struttura, il ritardo nel liquidare gli indennizzi previsti dal decreto Genova, che la grande maggioranza dei commercianti non ha ancora ricevuto, e nel rimborsare i tributi versati alle imprese che, a causa del crollo, hanno visto crollare il proprio fatturato.

Sullo sfondo la maxi-indagine della Procura del capoluogo, con 74 indagati tra Aspi (Autostrade), Spea (la società del gruppo Atlantia che si occupa di manutenzioni), e il ministero delle Infrastrutture e una perizia che ha evidenziato il “degrado diffuso” degli stralli, con molti dei cavi d’acciaio “completamente corrosi prima della rottura”

Nonostante sia passato un anno il dolore persiste, pulsa ancora. Non c’è più lo scheletro osceno del Ponte e questo è un bene. Ora come allora, le responsabilità sono tutte da chiarire, ma i genovesi lo sapevano, a loro non sono mai interessati facili processi, concessioni date o tolte sull’onda dell’emotività. Ai genovesi interessava seppellire i morti, ridare una casa alle famiglie che l’avevano persa. E questo è stato fatto. Interessava poter tornare a vivere quella parte della loro città, per riunire Ponente e Levante ci sarà ancora tempo, i lavori per il nuovo viadotto sono iniziati e ci si augura, per una volta, non siano eterni.

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