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Quando la fotografia era in bianco e nero, quando l’Italia era più semplice, quando i fotografi ancora credevano in questo mestiere.
Federico Emmi giornalista e fotografo di professione è il caporedattore del magazine Discorsi Fotografici, già nostro ospite ci spiegò la censura fotografica ai tempi dei social con un interessantissimo articolo sui meccanismi di censura applicati dai social network. (Se ve lo foste perso, vi invitiamo a leggerlo qui: “La censura ai tempi dei social? Ce la spiega Federico Emmi” ). Questa volta, raccontando un’imperdibile mostra affronta con noi i temi della fotografia e dei suoi mutamenti nel tempo. L’ambiente artistico-fotografico ferve a Roma grazie a Musei come il MAXXIIl Museo Nazionale delle arti del XXI secolo, che si adoperano tutto l’anno per metterci a disposizione i migliori scatti di tempi che non ci appartengono più. Abbiamo chiesto a Federico di suggerirci qualche interessante mostra da non perdere.

Ci sono mostre interessanti in questo periodo?
MaXXI ormai sta diventando un punto di riferimento per la fotografia e lo fa con mostre molto interessanti anche con monografie di grandi fotografi e fotoreporter. Poco tempo fa è finita quella dedicata a Paolo Pellegrin ed è subito iniziata quella di un curioso fotografo che in realtà ha lavorato davvero poco, circa 14 anni. Si chiama Paolo di Paolo ed è un ex fotografo.

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Perché “ex” si è ritirato per età o per scelta?
La storia è molto curiosa in realtà: si è ritirato per scelta perché lui è molto anziano, ed ha legato la sua attività di fotografo ad un’esperienza editoriale che è stata davvero importante in Italia. Il settimanale chiamato “Il Mondo” diretto e fondato da Mario Pannunzio, un vero capolavoro editoriale che non si è più replicato: da qui sono nati scrittori, grandi giornalisti ma soprattutto è nato il foto-giornalismo italiano attento a varie tematiche come la povertà, la ricostruzione e i viaggi. P. Di Paolo è stato il fotografo che più di tutti ha arricchito questo settimanale e alla fine, quando il direttore comunicò che avrebbe chiuso dopo circa 20 anni di servizio, lui inviò una lettera a Pannunzio dicendo che non avrebbe più fatto il fotografo. E così è stato. Come avviene ultimamente molte di queste fotografie finirono abbandonate nelle soffitte e nelle cantine, solo che avendole già pubblicate su questo editoriale, fortunatamente non si persero. Così è nata questa bellissima mostra in maniera limitata perché si tratta solo di 250 scatti rispetto alla quantità di negativi che la figlia ha ritrovato casualmente in casa.  Ha impiegato “solo” 10 anni a convincere il padre a riparlare di queste fotografie perché per lui l’attività era conclusa. Parliamo di un fotografo che ha conosciuto tutti gli italiani: i più grandi e i più umili. La curatrice della mostra Giovanna Calvenzi , ha avuto un’idea brillante perché al centro dello spazio espositivo ha ricostruito la stanza del direttore del Mondo che era quello (insieme al vice direttore), che si interessava della selezione delle immagini. Quindi il prodotto editoriale era pensato non soltanto dal punto di vista della scrittura, ma anche dell’immagine.

Com’è divisa la mostra? 
La mostra è divisa in 5 sezioni: quella dell’Italia che riparte, quelle dei viaggi, degli artisti, il reportage su Anna Magnani e soprattutto il famosissimo reportage di Pasolini “La Lunga strada di sabbia”, che lui ha in parte documentato fotograficamente. Credo che Pasolini sia stato l’unico fotografo a fotografare Paolo di Paolo; tanto che l’unica foto che abbiamo è stata scattata da Pier Paolo Pasolini.

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Il fotografo Paolo Di Paolo all’interno della sua mostra.

“Mondo Perduto” il nome è riferito e dedicato alla rivista per cui ha lavorato?
“Mondo Perduto” dal nome del settimanale per cui Paolo Di Paolo ha lavorato, con fotografie dal 1954 al 1968 che sono gli anni in cui lui ha lavorato.

Fino a quando dura la mostra di Paolo Di Paolo ?
La mostra è iniziata il 17 Aprile ed è stata prorogata fino al 01 Settembre dato sicuramente il successo riscosso. Consiglio di andare a vederla perché è un’occasione per riscoprire un tipo di fotografia che non c’è più e soprattutto d’Italia che non c’è più. Era un’Italia più semplice. In questo la città di Roma è molto attenta perché anche a Palazzo Braschi c’è una mostra dedicata alla città di Roma, al Museo in Trastevere c’è stata una mostra di Pais dedicata alla distruzione di Roma e dell’Italia del dopoguerra che si rimetteva in moto.

Quella di Palazzo Braschi di cosa parla?
Si chiama “Roma nella camera oscura”  e sta a Palazzo Braschi, si tratta di negativi del gabinetto fotografico del Comune di Roma. E ciclicamente permettono alle persone di vedere nuovi scatti, questa arriva fino agli scatti dei giorni oggi.

Tu frequenti molto queste mostre Federico, che pubblico trovi?
Al di là del mio aspetto giornalistico, le mostre le seguo da sempre per mio piacere e passione. Sicuramente nel tempo l’offerta è migliorata notevolmente a Roma, e credo sia una delle poche cose di cui ci possiamo vantare ed essere orgogliosi rispetto alle altre città italiane. Non c’è un’altra città italiana che può vantare un criterio di proposta al pubblico, sono allestite benissimo e costruite da un punto di vista scientifico. Quella di P.Di Paolo era piena di gente, era un fine settimana, la scolaresca non c’era ma il pubblico era vario: giovani e meno giovani. La mostra più caotica che ho visto è stata quella di Kubrik era talmente pieno di gente che era quasi invedibile.

Un manifesto un motivo per invogliare i giovani a frequentare sempre più queste mostre anche datate e in bianco e nero?
Hai colto uno dei problemi del tempo odierno … è complicato. Probabilmente realizzando degli allestimenti con la realtà virtuale, la fotografia diventa un modo per poi vivere al meglio determinati eventi. Queste sono mostre che inevitabilmente raccontano scorci di passato, per cui il passato devi conoscerlo. Poi c’è la componente della tecnica fotografica, alcune tecniche vintage stanno tornando in auge. Il mio parere è che i giovani cerchino molto la tecnica nella fotografia, per creare qualcosa che sia diverso dal digitale.

Rispetto all’attenzione per la storia: anche nel cinema c’è un revial storico nelle pellicole che stanno uscendo: come la biografia di Stanlio e Ollio. C’è un bisogno di storia alla base dei ragazzi? Sei daccordo?
Si sono d’accordo, ma alla base credo ci sia bisogno della voglia. Voglia che dev’essere alimentata a scuola, e ve lo dice uno che a scuola ha fatto il minimo indispensabile. Eppure dopo ho trovato la mia strada, per cui non mi sento di criticare le nuove generazioni perché non si possono costringere le persone a fare delle cose. Sono del parere che le cose poi arrivano inevitabilmente, perché facendo sempre le stesse cose ti annoi e devi trovare il modo di scappare dalla noia, che non sia rifugiarsi in mondi onirici e distruttivi, ma … leggere ad esempio.

Quindi non sei pessimista verso le nuove tecnologie? 
No, sono ottimista perché il vero distruttore di attenzione che un tempo era la televisione, le nuove generazioni non ne fanno uso. Anche in internet c’è il bene e il male, rischi di  di finire male ma anche di finire bene … bisogna anche dare fiducia alle persone.

Nel finale abbiamo dedicato gli ultimi 5 minuti al tema degli Youtubers, Federico fan della tecnologia ci ha raccontato il suo pensiero, parlando di intrattenimento e Media Education.

Ringraziamo ancora una volta Federico con l’invito di suggerisci altre interessanti mostre e quello di venirci a trovare presto in redazione! 


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