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Abbiamo avuto il piacere di ospitare telefonicamente l’icona radiofonica per eccellenza, il grande Riccardo Cucchi.

In apertura di collegamento abbiamo fatto un salto nel passato di circa 20 anni con l’annuncio: “Sono le 18.04 minuti del 14 Maggio del 2000, la Lazio è Campione d’Italia”.

Cosa ha significato per lei in quel momento poter dare l’annuncio a livello nazionale dello Scudetto della sua squadra del cuore e ad un popolo che aspettava quell’annuncio da ore?

Un coronamento di un sogno, per me che ho vissuto lo Scudetto del ‘74 in Curva Nord da tifoso.

Con la radiolina sentendo Enrico Ameri dare l’annuncio e ho pensato sarebbe bello farlo come mestiere e poter dare io un giorno questa emozione ai tifosi.

Non immaginavo neanche lontanamente di poter fare davvero il radiocronista e ancora meno di poter annunciare davvero lo Scudetto della Lazio.

Ho dovuto dare quell’annuncio appena Collina fischiò la fine della gara a Perugia, tenendo la professionalità e controllando le emozioni perché ero il radiocronista della Rai.

Nessuno finora aveva mai saputo la mia fede calcistica che si è scoperta solo a fine carriera.”

Lei, signor Cucchi, ha lavorato con il mitico Sandro Ciotti, come è stato crescere professionalmente al suo fianco?

Ci tengo a dire che i miei due maestri sono stati Enrico Ameri e Sandro Ciotti, che sono due campioni della radiocronaca.

La Rai non ti mandava appena arrivato allo sbaraglio, bisognava fare l’affiancamento silenzioso.

Si andava in postazione con loro ed in silenzio guardando la partita seguivamo il loro lavoro, ascoltando la loro cronaca, rubando il loro mestiere.

Erano diversi, Ameri era ansioso, arrivava allo stadio 3-4 ore prima addirittura, per paura di incontrare inconvenienti che gli impedissero di arrivare in tempo.

Ciotti invece era più freddo, arrivava all’ultimo minuto senza nemmeno un giornale e un blocco per prendere appunti, io sapendolo portavo ogni volta due blocchi, due penne e mettevo il cronometro in mezzo tra noi due.

Pur arrivando all’ultimo istante sembrava fosse lì da tanto tempo ed era subito preparatissimo.

Noi siamo stati molto fortunati perché siamo entrati quando loro erano verso la fine della carriera.

Abbiamo potuto apprendere dai migliori per poi prenderne il posto, prima di loro c’era il capostipite, ce n’era uno solo, Nicolò Carosio.”

”Loro hanno trasformato il racconto epico di Carosio in racconto moderno.”

Lei ha presenziato a tantissimi eventi importantissimi, oltre allo Scudetto della Lazio del 2000, quale le è rimasto più impresso come evento, magari per un fatto particolare accaduto?

“Parlando di calcio, assolutamente la notte di Berlino 2006 con la vittoria del Mondiale, potendo gridare Campioni del Mondo, solo Carosio nel ‘34 e nel ‘38 e Ameri nel ‘82 ci riuscirono oltre me almeno finora.

Ciotti ci andrà vicino nel ‘94 ma sappiamo come andò a finire purtroppo con l’errore di Roberto Baggio nell’ultimo calcio di rigore, come in televisione non ci riuscì mai il grande Bruno Pizzul.”

Passando alle Olimpiadi, è un altro evento straordinario, si incontrano tantissimi atleti e con tante specialità diverse in gara.

Il ricordo migliore fu quando nel ‘88 l’Italia vinse la sua prima medaglia d’oro nella maratona.

Quando Gelindo Bordin dopo una rimonta da velocista alla conclusione dei 41 Km, entrò  da solo nello stadio di Seul in un’atmosfera surreale.”

Edoardo Massetti

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