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Ai microfoni de I due Leocorni è intervenuto Maurizio Politi, capogruppo della Lega all’assemblea capitolina a proposito del tanto dibattuto MES, Meccanismo europeo di stabilità. Il consigliere dimostra subito peoccupazione per gli eventuali rischi posti dalla riforma per i risparmi degli Italiani. La linea rafforzata di acesso al credito, per come posta attualmente, non sarebbe accessibile all’Italia che allo stato corrente non rispetta i criteri di Maastricht. Ricordiamo che per i paesi che non rispettano il rapporto deficit-PIL  del 3% e superano oltre il 60% quello debito pubblico-PIL, il supporto finanziario del fondo necessiterebbe di maggiori condizioni di assicurazione. Tra queste la famigerata ristrutturazione del debito, che come ricorda il consigliere non è affatto automatica. Clausola proposta dai paesi dell’area economica stabile del Nord Europa, ma bocciata durante le trattative.

Ma l’Italia allo stato attuale può accedere al MES?

Per accedere al credito l’Italia dovrebbe infatti firmare un Memorandum of Understanding. Questo prevede un accordo tra lo stato firmatario, il MES e la Commissione europea per stilare riforme e politiche di bilancio che contengano debito. Ad ogni modo, solamente 10 dei 19 paesi che fanno parte del Meccanismo di Stabilità nato nel 2012 rispettano questi criteri. D’altronde gli stessi parametri sono già inseriti nel Fiscal compact (formalmente recepito dalla nostra costituzione) e nel Patto di Stabilità e Crescita. Eppure il nostro debito supera il 130 % mentre il rapporto deficit-PIL tocca il 4%, non esattamente bruscolini.

E la Signora Maria che investe in BOT?

Ma quali sarebbero le conseguenze per i risparmiatori italiani? La Lega non perde occasione di riportare la materia agli effetti che potrebbero subire gli investitori italiani. Parlando per simboli, le tante Signore Maria che investono in titoli obblgazionari vedrebbero ridotto il valore nominale dei titoli acquistati, considerando che più del 70% del debito italiano è in mano ad investitori nostrani.

Sono davvero le banche tedesche le uniche a beneficiare del fondo?

Il consigliere della Lega esprime un accorato concernimento riguardo ad un meccanismo che privilegerebbe le poco scrupolose banche tedesche. Bisognerebbe ricordare però che la Gemania contribuisce per la maggiore quota al Fondo (27%). Eppure difficilmente nel breve periodo avrebbe bisogno di prestiti garantiti dal credito precauzionale, l’accesso concesso ai paesi virutosi.

Forse la difficoltà della materia in sè e la retorica politica riesce facilmente a confondere i due tipi di prestiti di cui si compone il meccanismo. Uno per finanziare le banche, tra l’altro già presente  grazie al Fondo di risoluzione bancaria europea ed a cui il MES contribuirà solamente a fornire ulteriori garanzie finanziarie, il cosidetto Backstop. Tra l’altro il Fondo di risoluzione bancario è alimentato dalle banche stesse per risolvere le situazioni di insolvenza creditizia delle stesse. Ed un altro, diverso, per gli stati.

Commentando l’intervento di Lucia Borgonzoni a Piazza Pulita , Maurizio Politi ricorda però la stretta interconnesione tra le banche e la tenuta delle finanze dello stato. Sottolineando che l’attività speculativa delle banche che determina lo stato delle finanze pubbliche privilegia la protezione dei grandi istituti bancari ormai quasi interamente privatizzati, rispetto alla tutela dei cittadini.

MES, banco di prova del governo

Per il consigliere Maurizio Politi le decisoni riguardo al MES, che ancora non ha ricevuto nessuna approvazione formale dall’Eurogruppo, sembrano essere state prese da un Conte insolvente verso la sua responsabilità nei confronti del Parlamento. Il terreno di scontro tra M5S e Lega sembra essere il maggiore banco di prova del Governo, definito possibile scivolone della sua stessa tenuta, secondo Matteo Renzi.

 Ed anche se improvvisamente il Parlamento sembra essere stato depaupearto dei suoi poteri di discussione, secondo l’accusa di Meloni e Salvini, il riferimento in sede parlamentare il  19 Giugno c’è stato eccome, eppure sembra che tutti se lo siano dimenticati. Però lo stesso acclamato Parlamento ha il completo diritto di veto sulla suddetta riforma. Considerando che la quota che l’Italia versa nel fondo è sì del 17 % ma in sede di voto essa si tramuta nel diritto di negoziare la riforma o di non ratificarla in sede parlamentare. Sempre che un’azione del genere, nel paventato interesse degli Italiani, non sia l’ennessimo spauracchio per i mercati finanziari. Che quindi vedrebbero schizzare i tassi d’interesse alle stelle e di conseguenza ne risentirebbe il costo del denaro in Italia. Oltre che il costo della credibilità del paese.

 

Claudia Comandini

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