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Artista eclettico, musicista, cantante, attore di cinema e di teatro, comico, presentatore, oggi compie 80 anni un simbolo di Roma e dell’Italia intera, Pippo Franco.

Ancora adesso a 80 anni, non smette di padroneggiare i palcoscenici della Penisola. Ottant’anni all’anagrafe ma sempre energico e con una carriera lunghissima alle spalle.

ASCOLTA L’INTERVISTA A PIPPO FRANCO

Ciao Pippo, come va?

Sto lavorando, non mi fermo mai

Possiamo spoilerare qualcosa?

No, non amo parlare di quello che faccio

E allora parliamo di quello che hai fatto, come “Che Fico!”, una canzone che ci rigenera

Ho sempre fatto cose spiritose, la mia è una professione, un modo di esprimermi e di essere, ho sempre cercato la rigenerazione degli altri e di me stesso

In questo momento di pandemia, personaggi come te ci hanno sempre dato la spinta, non smettiamo mai di vedere i tuoi film

Capisco, perchè tutto quello che abbiamo fatto è stato scritto con criteri di ironia e umorismo e con una passione tale (ho partecipato sempre alle sceneggiature, alcune le ho fatte interamente) che alla fine a rivederli oggi sembrano sempre freschi, io stesso mi diverto quando rivedo i miei film

Noi tra l’altro, durante il lockdown abbiamo fatto una trasmissione che si chiamava “Ricchi, ricchissimi, praticamente in mutande”, all’epoca era più semplice fare quei film? 

Relativamente alle parolacce adesso si sentono ovunque, noi non le abbiamo mai dette, chi ricorre alla parolaccia non ha fiducia in quello che dice, io ho sempre tenuto a un linguaggio più dantesco e meno scellerato

Però una volta era più facile trattare alcuni temi, oggi come parli male di una categoria ti si rivoltano tutti contro

Beh, certo, oggi però puoi dire ciò che vuoi e scatenare ciò che vuoi, io ho sempre raccontato l’uomo che cercava di conquistare la Fenech ma non poteva proprio riuscirci perchè era un perdente che però diventava un vincente grazie all’ironia.

Tanti Auguri Pippo!

da tutta la redazione di Non è la Radio

LA CARRIERA

Inizia con la musica, compositore che non smette mai di usare la sua più grande dote: l’ironia. Comincia a scrivere pezzi dai titoli inequivocabili e spesso surreali come “Quel vagone per Frosinone” o “Cesso di amarti questa sera”.

La musica diventa il trampolino di lancio per la sua futura carriera di attore. La prima volta che mette piede in un set è nel 1960, nel film di Mario Mattoli “Appuntamento a Ischia”. Il suo ruolo (molto marginale) è quello del chitarrista nell’orchestrina che accompagna Mina.

Nel 1969 partecipa al Cantagiro presentando, in coppia con Gabriella Ferri, la canzone “Licantropia”. Poi giunge la svolta dei brani per un pubblico infantile; pezzi nati per un target ben circoscritto ma diventati ben presto hit di successo negli anni ’80, finiti per entrare di diritto nell’immaginario collettivo grazie a ritornelli accattivanti e facili da canticchiare.

“Mi scappa la pipì papà”, “La puntura”, “Chì Chì Chì Cò Cò Cò”, fino alla celebre “Che fico”, scelta come sigla del Festival di Sanremo del 1982, e che proprio due anni fa ha avuto una sua nuova primavera attraverso una rivisitazione, in chiave indie, con un testo che lo stesso Pippo Franco ha rimaneggiato ritoccandolo e attualizzandolo ai tempi dei social.

Accanto alla sua attività di musicista, l’artista intraprende una carriera cinematografica che lo renderà volto arcinoto della commedia italiana. In principio viene diretto dai maestri del cinema come Luigi Magni (“Nell’anno del signore”), Dino Risi (“Il giovane normale”), Luciano Salce (“Basta guardarla”).

Poi c’è la commedia sexy in cui conquista ruoli da protagonista. Dapprima con il filone boccaccesco. Finisce negli annali l’interpretazione di Olimpio de’ Pannocchieschi, accanto ad una giunonica Edwige Fenech, in “Quel gran pezzo dell’Ubalda tutta bona tutta calda”. Poi è la volta di un altro cult del genere come “Giovannona coscialunga disonorata nell’onore”. Ma l’attore può vantare anche di essere stato diretto da Billy Wilder nella pellicola “Che cosa è successo tra mio padre e tua madre?”. Intanto l’incontro con il regista Pierfrancesco Pingitore dà vita ad un fortunato sodalizio, principiato con la settima arte e sublimato con la tv.

Ecco quindi titoli come “Remo e Romolo – Storia di due figli di una lupa”, “Nerone”, “L’imbranato”, “Ciao marziano”, lungometraggio ispirato a “Un marziano a Roma” di Flaiano.
Assieme a Pingitore sarà l’artefice della compagnia di varietà del Bagaglino (in seguito trasferita al Salone Margherita) e che per più di un decennio incollerà, con le varie declinazioni televisive ospitate da Mamma Rai prima e dalle reti berlusconiane dopo, milioni di spettatori davanti lo schermo. Una satira a volte pungente ma mai realmente caustica e sprezzante.

Accomodante, conciliante nei toni, da post- avanspettacolo, dichiaratamente di destra, snobbata dalla critica e spregiata da un certo mondo intellettuale, ma che ha avuto il pregio di avere impiegato caratteristi degni di considerazione, e dove Pippo Franco ha assolto degnamente al ruolo di capocomico. Un uomo, prima che un artista, che non ha fatto mistero delle sue idee politiche. Un dc di centrodestra, già candidatosi al Senato nel 2006 e nel 2013 aspirante sindaco di Roma alle primarie di Fratelli d’Italia.

Cattolico praticante, recentemente si è accostato con grande fervore alla fede; oggi collabora con Marija Pavlovic, una delle veggenti di Medjugorje. Negli ultimi anni si è dedicato al teatro e ha ridato dignità al cabaret girando lo Stivale forte di quell’arma che ne ha contraddistinto la carriera; l’umorismo. Lui, che un adone non è mai stato, ha anche basato parte del suo successo sulla sua fisicità, ironizzando sui suoi inconfondibili tratti somatici. “Una volta – osservò sarcastico Pippo Franco – si diceva: l’uomo è sempre bello. Poi sono nato io”.

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