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La denuncia è partita dal sito IRPIMedia, lo scorso 13 gennaio: la Direzione Centrale Anticrimine della Polizia di Stato ha deciso «di potenziare le due componenti del Sistema Automatico Riconoscimento Immagini (SARI) acquistato nel 2017: SARI Enterprise e SARI Real-Time». Si tratta di due sistemi di riconoscimento facciale e database di dati biometrici.

La stretta è partita – come di consueto – avviando una sperimentazione contro un gruppo minoritario e poco simpatico all’opinione pubblica: nella fattispecie, gli immigrati. Il sistema Enterprise serve a « monitorare le operazioni di sbarco e tutte le varie tipologie di attività illegali correlate, video riprenderle ed identificare i soggetti coinvolti». Ma il sistema Real Time si rivolge a situazioni generiche: «supporto di operazioni di controllo del territorio in occasione di eventi e/o manifestazioni». Spiega l’autore dell’articolo di IRPIMedia, Riccardo Coluccini: «Posizionando specifiche videocamere che riprendono il volto delle persone sarebbe possibile verificarne l’identità rispetto ad una lista predefinita di persone ricercate». Questo naturalmente finché la cosa si limita alla lista di persone ricercate, visto che il progetto rientra in un più ampio piano che prevede anche l’accesso da parte delle polizie italiane a una banca dati mondiale «a scopo indagini patrimoniali».

 

Secondo IRPIMedia il ministero degli Interni non risponderebbe alle domande del Garante per la Riservatezza: «dopo l’apertura dell’istruttoria sul sistema SARI Real-Time nel 2017, e dopo un iniziale scambio di informazioni, la corrispondenza si è interrotta il 22 ottobre 2018: in quell’occasione il Garante ha richiesto una valutazione di impatto sulla privacy dei cittadini (DPIA), valutazione necessaria quando si tratta della gestione di dati biometrici che possono avere gravi ripercussioni sui diritti fondamentali» scrive il sito nella sua dettagliata inchiesta.

 

Il 22 febbraio scorso è stata depositata una interpellanza da parte dei parlamentari Sensi e Borghi (PD) allo scopo di sapere «quali sistemi di riconoscimento facciale intenda utilizzare per le attività di competenza del Ministero dell’interno» e se il Viminale «non ritenga invece opportuna una moratoria in attesa di una migliore definizione della normativa in materia di privacy a tutela dei diritti costituzionali dei cittadini». Nella risposta del titolare del dicastero, Luciana Lamorgese, viene ammessa l’esistenza del progetto. La Lamorgese aggiunge anche che il Garante non avrebbe avuto rilievi circa il primo sistema, mentre sul secondo sarebbe ancora in corso «un’interlocuzione». In attesa della sua conclusione – rassicura il ministro – il sistema Real-Time non sarebbe in funzione. Ma in chiusa della replica, la Lamorgese aggiunge un dettaglio inquietante: «Il sistema SARI non è in uso nell’ambito delle attività della Direzione centrale dell’immigrazione e della polizia delle frontiere e non ha ambiti diversificati a seconda dei soggetti (cittadini italiani, migranti, eccetera), bensì è un sistema che a regime funzionerà in modo indifferenziato, a supporto delle attività investigative». In altre parole, il sistema «a pieno regime» spierà tutti indistintamente, quindi non solo gli immigrati clandestini, scopo per il quale il progetto era stato avviato coi fondi europei. E non dà adito a dubbi che il riconoscimento facciale verrà implementato presto o tardi, fatalmente.

 

Secondo un’inchiesta di Wired del 2019 era emerso che nella banca dati del ministero degli Interni erano presenti i volti di 2 milioni di cittadini italiani e di 7 milioni di stranieri.

Emanuele Mastrangelo

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