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Non ho una lira, ma è colpa dell’Euro… 18 anni smetteva di circolare la lira

Hanno convissuto per circa tre anni, l’Euro ha accompagnato molto lentamente la lira verso il suo decesso, sancito definitivamente nel 28 febbraio del 2002. Quel giorno spariva una moneta a cui l’Italia era profondamente affezionate e che, a distanza di quasi 4 lustri, rimpiange con nostalgia e talvolta rabbia. Ma è davvero tutta colpa dell’Euro, la crisi finanziaria che ha colpito la penisola?

Un facile capro espiatorio che viene evocato ogni qualvolta, cioè sempre più spesso, le cose vanno male. Una mentalità figlia di un Paese incapace di allargare i propri orizzonti così da avere una visione più globale ed europea delle cose.

“Lavoreremo un giorno di meno guadagnando come se lavorassimo un giorno di più” ci diceva nel 1999 Romano Prodi, colui che ci portò per mano al cambio lira/euro…ma a sentire chiunque non pare sia andata prorpio così, anzi…

Una tendenza contraria rispetto a quanto avvenuto nel resto del Vecchio Continente dove, a fare due conti in tasca, si traggono conclusioni poco chiare. Nel 1996 vi era un debito pari a 1.200 mila miliardi, per cui si sono pagati interessi uguali a 115,6 miliardi. Oggi, 2017, il debito è praticamente raddoppiato sfiorando quota 2.300 mila miliardi: gli interessi ammonterebbero a più o meno 70 miliardi. Ecco che dunque il quesito e preoccupazione principale non sarebbe tanto l’uscire o meno dalla moneta unica e quanto ciò convenga, ma è lecito domandarsi dove siano terminati tutti questi soldi risparmiati.

Nostalgia sì, ma è grazie all’Euro che possiamo comprare materie prime a prezzi convenienti per quel settore manufatturiero che tiene praticamente da solo su due piedi il Belpaese. Medesimo discorso è valido per la benzina, che costerebbe molto di più se trattata con una moneta completamente svalutata (chiedere alla Gran Bretagna per informazioni a riguardo).

L’euro ha fallito.

Non usa mezzi termini l’econimista leghista Antonio Rinaldi: “Ormai è inutile piangere sul il latte versato: guardiamo avanti e cerchiamo di salvare il salvabile.
Il modello economico a supporto dell’euro, basato sui dogmi tedeschi ha fallito; plasmato esclusivamente sulla stabilità dei prezzi, cioè sul contenimento ossessivo dell’inflazione e sul rigore dei conti pubblici e pertanto sull’impossibilità di finanziamento a deficit degli Stati, ha portato al disastro le economie europee.

La rinuncia alla nostra politica economica per quella imposta dai vincoli dei Trattati, ha condannato l’Italia a rincorrere la competitività agendo sulla flessibilità del costo del lavoro interno, essendo ormai preclusa quella esterna con l’adozione del cambio fisso. Le riforme hanno un notevole costo in termini sociali e pertanto devo essere poste in essere in momenti di ciclo economico espansivo e non in fase di recessione, altrimenti l’unico effetto è quello di amplificare esponenzialmente la crisi. E’ evidente il riferimento all’attuale riforma del lavoro.

Siamo ormai con il cappio al collo in un treno piombato. La BCE non è più in grado di proporre stimoli monetari in grado di supportare l’economia europea con molti paesi precipitati in deflazione e i limiti del suo mandato sono insiti del modello della moneta prevista dai Trattati. In poche parole qualsiasi modifica al suo statuto sarebbe un palliativo temporaneo che non risolverebbe l’insostenibilità a monte dell’euro. Le istituzioni europee hanno attivato dei piloti automatici per puntellare la sostenibilità della moneta unica: sono stati concepiti pertanto strumenti come il FESF, il MES, l’Unione Bancaria, il Fiscal Compact tesi ad estraniare i rispettivi governi nazionali da qualsiasi potere decisionale d’intervento per modificare e adattare le regole europee alle proprie esigenze.

L’euro è destinato a morire…

L’euro imploderà per eventi esterni al nostro Paese, perché le economie dei paesi eurodotati alla fine saranno travolte da una moneta la cui rigidità condiziona l’economia reale e non, come avviene in tutti i paesi del mondo, invece si plasma per assecondare le esigenze dell’economia reale.”

Chissà se avrà ragione, sicuramente la diatrib eurosi/euro no ci accompagnerà per sempre, ma di sicuro la frase di Romano Prodi, a distanza di 18 anni, appare ancora un miraggio per la maggioranza degli italiani.

Valerio Scambelluri

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