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“Un mese dopo la morte di mio padre all’Umberto I di Roma per coronavirus, con una chiamata, la polizia locale di Varese mi comunica che i suoi effetti personali erano lì, forse portati con le lenzuola che dalla capitale verrebbero sanificate in Lombardia. Non c’è stato nessun rispetto, né durante la malattia, né dopo il decesso, per lui e per noi famigliari, completamente abbandonati a noi stessi”. Sono amare le parole affidate a Tgcom24 da Daniele Scacco, romano di 34 anni, che il 18 aprile ha perso il padre Massimo, 66, dopo un mese in ospedale con tampone positivo e le ultime due settimane intubato in terapia intensiva. “Forse c’è stata negligenza nelle cure: ci dicevano che era migliorato, poi invece non ce l’ha fatta. E al dolore della perdita, anche la scomparsa di tutte le sue cose”, continua.

Del coronavirus a Roma poco si è parlato per numeri e situazioni, ma la sua vicenda è purtroppo esemplare da tutti i punti di vista. Vuole ripercorrerla?
“Mio padre aveva 66 anni ed era un libero professionista; in giro per Roma incontrava tanta gente quindi non abbiamo potuto capire come ha contratto il coronavirus. Era sano, mai febbre. Ma per una settimana, a metà marzo, ha avuto la temperatura alta che ha curato come normale influenza con tachipirina e antibiotico, come gli aveva prescritto il suo medico che lo aveva visitato. Ma forse si sentiva qualcosa, tant’è che in quei giorni si era rinchiuso in camera, e mia madre diabetica e mia nonna novantenne sono rimaste isolate da lui ed è stata la loro salvezza. La situazione è precipitata però il 21 marzo”:

Cosa è accaduto?
“Mio padre era andato con la mia auto da mia sorella, all’ottavo mese di gravidanza, per consegnarle il misuratore di pressione. Con tutte le precauzioni, ma mia sorella si era accorta che non riusciva a parlare e ha chiamato l’ambulanza che lo ha portato al pronto soccorso dell’Umberto I. Due giorni dopo abbiamo saputo che era risultato positivo al tampone. Fino al 30 marzo sono riuscito a rimanere in contatto con lui; lo chiamavo, ma lui indossava o la maschera o il casco quindi non poteva parlare. Gli avevo fatto avere pigiami, tute, cambi e la foto di mio figlio di un anno. Intanto, cercavo informazioni chiamando in reparto, ma la risposta era sempre: ‘E’ stabile, ma critico, quando c’è il medico la faccio contattare’. Così fino al 30 marzo, quando con i tubicini al naso, proprio mio padre videochiama mia sorella, poco prima di essere intubato. Ci tranquillizzava, come ha sempre fatto; mia sorella mi aveva detto di averlo visto bene, in realtà non era così”.

 

Nel frattempo a casa qual era la situazione?
“A noi famigliari stretti è stato chiesto di stare in quarantena 24 giorni. Io a casa mia con il mio bimbo di un anno; mia sorella nella sua, all’ottavo mese di gravidanza, e mia madre con mia nonna da sole, in quei giorni anche senza caldaia. Per nessuno di noi era previsto il tampone, anche se mia nonna aveva linee di febbre e mia madre tosse da tempo. Alla fine, per concessione, come ci hanno fatto ben capire, mia madre e mia sorella sono state sottoposte a tampone e sono risultate negative. Per mia nonna invece il tampone non c’era. Tutti rinchiusi in casa non sapevamo che fare. Io chiamavo tutti i numeri e persino i carabinieri e i poliziotti mi rispondevano: non fanno i tamponi neanche a noi. So che i vicini di mio padre hanno anche richiesto più volte alla Asl di sanificare il condominio. Invano. Eravamo tutti abbandonati a noi stessi: senza notizie per noi, senza notizie dall’ospedale”.

Finché, dopo due settimane che era intubato, arrivano buone notizie su suo padre?
“Sì. Il 17 aprile mi chiama una dottoressa che mi parla vicino a mio padre, tranquillizzandolo, riferendo che stiamo tutti bene. Da lei vengo a sapere che mio padre annuisce con la testa e gli occhi. Ci viene ripetuto che è in miglioramento e mi viene fatta la promessa di una videochiamata l’indomani. Io un po’ per scherzo, un po’ per paura dico alla dottoressa: ‘Non è che me lo fa vedere per l’ultima volta?’. ‘No, suo padre è in miglioramento’, la rassicurazione. Il giorno dopo invece la chiamata è per dirci che papà ha avuto un crollo, gli si è collassato un polmone e che non c’è più. Ora non saprò mai cosa gli è accaduto: è stata sbagliata la ventilazione? Troppa negligenza nella terapia? Ho la cartella clinica ma non riesco comunque a capire cosa sia successo. Troppa impreparazione anche a Roma per affrontare questa emergenza”.

Ma al dolore per il lutto si aggiunge un altro dolore…
“Per quattro giorni ho fatto il giro dei reparti dove mio padre era stato per recuperare le sue cose. Non oggetti di valore economico, ma sicuramente affettivo. Il suo portafoglio dove aveva messo la foto di mio figlio, l’orologio, il telefono, le chiavi di casa e quelle della mia auto, i documenti. Tutto sparito: era scomparsa una sacca con i suoi effetti personali. E ho presentato denuncia, anche se tutti facevano spallucce, non c’era il foglio dello spoglio del corpo; mi confessavano che succede sempre così, Covid o non Covid”.

Fino al mese successivo al decesso, quando arriva un’inaspettata telefonata.
“Era la polizia locale di Varese che aveva la trousse di mio padre con il telefono, il portafoglio senza soldi e gli altri oggetti. Sono rimasto scioccato: come facevano quelle cose a essere a oltre 500 chilometri di distanza? La risposta è stata che una persona insistentemente ha fatto avere questo borsello alla polizia locale e che il tutto poteva essere finito tra le lenzuola che da Roma verrebbero sanificate a Varese. Una risposta assurda”.

Ha riavuto tutto?
“Sono spariti i soldi, ma ho riavuto questi oggetti. Non ho, però, l’ultima camicia di mio padre, l’ultimo pantalone, i suoi cambi, Un sacco pieno di vestiti è sparito. Dicono che l’hanno bruciato. Non è per quegli abiti in sé, il resto lo abbiamo donato ai bisognosi, ma è proprio il sentirsi trattati male da tutti, fino all’ultimo”.

 

Cosa la spinge a cercare verità e giustizia per suo padre?
“La forza di andare avanti in questo dolore ce la stanno dando sicuramente mio figlio e la mia nipotina che è nata due settimane dopo la morte di mio padre. Questi bimbi stanno aiutando tanto anche mia madre che è distrutta. Per il resto, è la rabbia che mi fa raccontare la nostra storia. E vorrei unirmi a tutti gli altri famigliari per avere giustizia. Chi è stato il responsabile del nostro dramma, in particolare? C’è stata troppa mancanza di rispetto per noi ma soprattutto per un malato che soffriva da solo. Una gestione sanitaria nel caos anche qui a Roma. Io ho ricevuto una pugnalata al cuore, mi sembra una storia senza fine e noi siamo stati tutti soggetti impotenti davanti al disastro. Magari nessuno lo sa, perché qui a Roma non portavano via le bare sui camion dell’esercito, ma anche qui abbiamo avuto le nostre vittime. E se si sapesse, magari qualcuno si comporterebbe in maniera più responsabile per contrastare il contagio”.

Fonte:Tgcom24

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