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“In questi 108 giorni abbiamo cambiato quattro carceri in condizioni sempre più difficili. L’ultimo dove siamo stati era al buio, ci portavano il cibo con i contenitori di metallo”. Così Pietro Marrone, capitano della “Medinea”, ha raccontato alcuni particolari dell’insolita prigionia in Libia. “Abbiamo subito delle umiliazioni, pressioni piscologiche, ma mai violenze”.

 Il racconto di Marrone è stato fatto nel corso del viaggio di ritorno in Italia nel primo contatto radio, dopo la partenza da Bengasi, con il suo armatore. “E’ stato davvero molto complicato: accendevano e spegnevano le luci, a loro piacimento”, ha aggiunto.

“Abbiamo subito umiliazioni, ma mai violenze”“L’ultima cella, dove abbiamo trascorso la notte prima di avere la notizia della liberazione, era buia – ha spiegato poi Marrone -. Il cibo ci veniva portato in ciotole e non era buono. Abbiamo subito delle umiliazioni, pressioni piscologiche, ma mai violenze. Quando ci hanno detto che era il ‘giorno buono’ non ci abbiamo creduto”.

“Divisi per 70 giorni”Il comandate ha poi raccontato di come l’equipaggio, nel corso della prigionia, sia stato diviso. “Ci hanno tenuti divisi: italiani e tunisini, separati. In celle buie, senza un processo, e con indosso sempre gli stessi abiti. Ci siamo rivisti dopo 70 giorni, ed è stato bellissimo. Ma ci siamo spaventati.Quando ci hanno detto che sarebbe arrivato il presidente Conte ci hanno anche dato del cibo migliore, ma quello vero lo abbiamo mangiato ieri sulle nostre barche. Siamo felici, stiamo tutti bene, e non vediamo l’ora di arrivare a casa dai nostri familiari e dai nostri amici. Grazie a tutti”.

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