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AGI – Accordo in Europa sul Bilancio pluriennale della Ue e sul Recovery Fund: i capi di Stato e di governo dei 27 superano i veti di Polonia e Ungheria e danno il via libera al piano da 1.800 miliardi di euro che l’Unione ha messo sul tavolo a luglio per fronteggiare la più gigantesca recessione economica della sua storia causata dalla pandemia di coronavirus. l’accordo definitivo su NextGenerationEU “significa poter sbloccare le ingenti risorse destinate all’Italia: 209 miliardi. Approvato anche il Bilancio pluriennale. Ora avanti tutta con la fase attuativa: dobbiamo solo correre”, dice il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte subito dopo l’annuncio dell’accordo.

La fumata bianca arriva dopo circa mezz’ora di discussione tra i leader sul contestato meccanismo di tutela dello stato di diritto. Il sistema che bloccherà i fondi Ue ai Paesi che non rispettano l’indipendenza della magistratura e dei media e che non combattono le irregolarità di bilancio come le frodi o la corruzione aveva portato un mese fa al veto di Polonia e Ungheria sull’intero pacchetto finanziario. Dopo settimane di braccio di ferro e di minacce da parte di Budapest e di Varsavia, è la Germania a mettere sul tavolo una proposta di compromesso che mette tutti d’accordo: l’ok entro l’anno al piano Next Generation EU infatti arriva grazie alla proposta tedesca che, a quanto si apprende da fonti Ue, non è stata cambiata rispetto alla bozza trapelata prima del vertice di oggi.

Il meccanismo di tutela dello stato di diritti rivisto per venire incontro a Budapest e Varsavia “interpreta giuridicamente” il testo base approvato da Consiglio e Parlamento europeo determinando “la sospensione della procedura” contro i Paesi nel mirino della Commissione “finché la Corte di giustizia dell’Ue non si pronuncia” sulla legittimità dello strumento, aveva spiegato ieri una fonte Ue. Una sorta di ‘questione di costituzionalità’ sollevata però a livello Ue dove la carta fondamentale sono i Trattati. La proposta della presidenza tedesca oggi accettata da Viktor Orban e Mateusz Morawiecki (i primi ministri di Ungheria e Polonia) “non tocca una virgola dell’accordo tra il Parlamento europeo e il Consiglio”, ha assicurato la stessa fonte.

Ma gli occhi sono ora puntati proprio sul Parlamento che dovrà accettare la modifica ‘interpretativa’ del testo base sul quale, almeno in teoria, i leader Ue non avrebbero competenza. Come ricordato anche oggi dal presidente del Parlamento europeo David Sassoli, il meccanismo di tutela dello stato di diritto è nato come un regolamento dei ‘co-legislatori’ Ue di Eurocamera e Consiglio. Dai parlamentari che hanno partecipato al negoziato sullo strumento di tutela del bilancio, voluto dalle istituzioni di Bruxelles da almeno due anni, ci si aspetta ora una reazione che potrebbe dare l’ok finale a quanto deciso dai leader: via allo strumento, ma dopo l’ok della Corte Ue, che normalmente ha bisogno di almeno di un anno e mezzo o due anni per esprimersi. Alcuni osservatori fanno notare che si tratta del tempo di cui ha bisogno il leader magiaro Orban per arrivare alle prossime elezioni e riguadagnarsi la fiducia degli ungheresi con gli stessi metodi di Governo da “Stato illiberale” come da lui stesso rivendicato in più occasioni.

“Le dichiarazioni politiche (dei leader) non hanno molto peso”, ha scritto su Twitter l’eurodeputato dei Verdi Rasmus Andresen, tra i negoziatori per l’Eurocamera sullo stato di diritto. “La Commissione europea dovrà applicare la legge dal 1 gennaio”, ha avvertito l’ecologista. Il dibattito sul compromesso tedesco, che certamente scontenta una parte del Parlamento, si sposterà dall’agorà digitale all’Aula parlamentare la prossima settimana quando è atteso il passaggio del testo. Poi partirà la corsa alle ratifiche nazionali al termine delle quali il piano Next Generation EU, come auspicato da tanti, vedrà la luce.

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