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Le strapparono il figlio per affidarlo al padre violento: ora si muove pure l’Onu

Le hanno strappato il figlio per affidarlo al padre violento e, da mesi, la donna vive solo per portare avanti una battaglia: riabbracciare il suo bambino. A tenderle la mano dopo essere venuti a conoscenza della sua storia, adesso ci sono anche alcuni membri dell’Onu.

Nonostante questo, le speranze sono davvero poche in quanto la magistratura blocca ogni richiesta della donna di fare giustizia.

Il caso di cui stiamo parlando è quello di mamma Giada. Qualche mese la donna aveva raccontato a IlGiornale.it la sua triste vicenda, che inizia molti anni fa quando decide di divorziare dal marito a causa di continui scontri in famiglia e ripetuti episodi di violenza da parte dell’uomo. Dal 2010 per Giada inizia un calvario che la costringerà a passare processi in tribunale, a difendersi da accuse infondate, ma sopratutto a dover sopportare di stare lontana da suo figlio Alessio (nome di fantasia, ndr) che i servizi sociali hanno deciso di affidare al papà.

Nonostante i pianti e le denunce del piccolo, prontamente registrate da Giada durante gli incontri con gli assistenti sociali, in cui racconta di aver visto il papà picchiare la mamma e in cui si sfoga affermando di detestare il pensiero di dover vedere l’uomo, nell’ultima udienza il bambino viene affidato al padre con cui vive dal 31 luglio scorso. Ma né lui né la sua mamma si rassegnano a questa decisione. “Lo sento una volta a settimana e non lo vedo più da agosto, nonostante gli incontri fossero stati fissati ogni quindici giorni. Sono disperata. Le uniche forze che mi restano in tutta questa sofferenza sono quelle per lottare. Devo farlo per lui. Per noi.” Ci aveva confessato, in lacrime, mamma Giada, dopo averci mostrato le lettere d’amore che Alessio le ha inviato nel corso dei mesi. “Non vivo senza di te. Mi manchi. Non faccio altro che piangere.”

Come promesso a se stessa e a suo figlio, Giada continua a lottare perché la giustizia faccia il suo corso e la verità di quello che è stato venga a galla. “Da sola non potevo farcela – ha confessato Giada a ilGiornale.it – quindi ho deciso di rivolgermi anche all’Onu”. La mamma ha raccontato la sua storia alla Dr.ssa Alicia Erazo, Alto Commissario Internazionale dei Diritti Umani per l’Europa, Asia ed Oceania che ha preso a cuore la sua terribile situazione. Tanto che l’alto commissario ha deciso di scrivere una missiva, poi firmata e pertanto condivisa da Amalia Insuasti, presidente mondiale del Comitato Commissionato Internazionale dei Diritti dell’uomo; dal Prof. Avv. Martin Eduardo Botero, Presidente European Center for Transitional Justice, e ancora, dalla Dr.ssa Norma Nolasco Vicepresidente Nazionale Agg. Organizzazione Mondiale degli Avvocati. Nelle tre pagine inoltrate al Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, al Vicepresidente del CSM. Dr. Ermini e al Presidente della Corte d’Appello, Panzani, la rappresentante dell’Onu fa una sola richiesta, semplice e chiara. “Aiutiamo Alessio a tornare dalla sua mamma?” Di seguito la storia struggente che racconta le atroci sofferenze che il piccolo è costretto a vivere da mesi. Privato ormai di tutto, il minore, adesso non frequenta più gli sport, ha problemi di salute dovuti alla negligenza del papà nel garantire al figlio celiaco un’alimentazione priva di glutine e subisce costanti maltrattamenti psicologici che racconta attraverso le lunghe telefonate alla mamma.

Eppure, nonostante le registrazioni che raccontano le verità di Alessio siano state presentate in aula di tribunale dalla madre e dagli avvocati difensori, niente è servito a cambiare la decisione del giudice. Che, dopo aver acquisito solo alcune delle documentazioni, aveva dichiarato in sentenza che “ (…) rimane superfluo acquisire tutti verbali e le videoregistrazioni degli incontri avvenuti presso il servizio sociale tra madre e figlio”. A niente è servita neppure la scelta di Alessio di scrivere, di suo pugno, una lettera indirizzata al giudice per chiedergli di accogliere la richiesta di tornare a vivere con la sua mamma nella sua casa a Roma e riprendere quella felice e dinamica vita che tragicamente si era interrotta quando il padre ha deciso di collocarlo in casa famiglia.

Ora l’unica cosa che spera la madre è che qualcuno ascolti la sua voce. “Io chiedo soltanto che ci sia qualcuno pronto ad accogliere la mia richiesta di aiuto. Sarò pronta a fornire tutte le prove del caso. Ma se la giutizia esiste davvero, tutto questo deve finire prima o poi”.

 

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