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Chi si tuffa nello stagno dei ricordi, ne esce bagnato e cambiato dai fanghi colorati che riempiono lo spazio di un’esistenza. Il nero della malinconia e del rimpianto, il rosso della rabbia e della passione, il verde della serenità o il blu schietto della libertà. E una melodia, un ricordo musicale, colora il presente di chiunque sia disposto a bagnarsi in quello stagno e ad ascoltare quei ricordi.

Ennio Morricone è stato un pittore immortale, in grado di colorare a suo piacimento un film che – anche e soprattutto grazie a quella memoria musicale – rimane attaccato ai vestiti e alla pelle.
“C’era una volta in America” è una cascata di cioccolato caldo e triste, “Giù la testa” la nostalgia di un pianoforte che scricchiola, gli spartiti regalati a Carlo Verdone l’onomatopea di un cartone di popcorn che viene preso a calci nelle stradine dello zoo di Roma, nel deserto di agosto. E così via. Colori, sensazioni tangibili, musica come creta.
Mezza Hollywood gli deve la vita, l’altra mezza dovrà citarlo da qui all’eternità nelle colonne sonore che verranno.
Ennio Morricone è morto a Roma, a 91 anni, proprio come un signore della sua età: dopo una caduta, con il femore spezzato, e lucido fino alla fine.
Una morte “naturale” in un periodo storico che di naturale non ha nulla e che lascia al mondo un patrimonio – lui si – immortale. Sulla discrezione del personaggio Morricone si è detto già tutto, della sua emozione sincera nel ritirare l’Oscar alla carriera del 2007, consegnatogli da Clint Eastwood, anche. E allora? Cosa rimane, musica a parte, di una vita intera regalata alla passione?

Resta una lettera, un capolavoro di leggerezza e rigore, un epitaffio alla vita e all’amore scritto nei giorni in cui la consapevolezza di essere pronto a chiudere gli occhi si era messa comoda tra un ricordo e un rimpianto.

“Io Ennio Morricone sono morto. Lo annuncio così a tutti gli amici che mi sono stati sempre vicino ed anche a quelli un po’ lontani che saluto con grande affetto. Impossibile nominarli tutti. Ma un ricordo particolare è per Peppuccio e Roberta, amici fraterni molto presenti in questi ultimi anni della nostra vita. C’è solo una ragione che mi spinge a salutare tutti così e ad avere un funerale in forma privata: non voglio disturbare. Saluto con tanto affetto Ines, Laura, Sara, Enzo e Norbert per aver condiviso con me e la mia famiglia gran parte della mia vita. Voglio ricordare con amore le mie sorelle Adriana, Maria e Franca e i loro cari e far sapere loro quanto gli ho voluto bene. Un saluto pieno intenso e profondo ai miei figli, Marco, Alessandra, Andrea e Giovanni, mia nuora Monica, e ai miei nipoti Francesca, Valentina, Francesco e Luca. Spero che comprendano quanto li ho amati. Per ultima Maria (ma non ultima). A Lei rinnovo l’amore straordinario che ci ha tenuto insieme e che mi dispiace abbandonare. A Lei il più doloroso addio”.

Un addio, non un arrivederci. Un addio al proprio Amore, che non potrà più rivedere, una lezione di vita e di morte in un momento storico in cui spaventa la parola “malattia” e in cui la salute sembra voler prendere il sopravvento sulla vita stessa.
Un mio amico ha scritto “ho sempre pensato a questo giorno come a un altro pezzo di quella meravigliosa opera che è l’Italia del dopoguerra, che si sgretola”.

E allora un sincero grazie a chi, questi pezzi di memoria sgretolati, ha avuto l’umiltà di metterli su tela, come i pesanti colori di Van Gogh e che, magari, un giorno continueranno a risuonare nel silenzio più assoluto.

 

 

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