MAmanero
Bar Lazio
onlusAssociazione la compagnia di gesù
True Beauty lab

La storia di Noa Pothoven, la giovane ragazza olandese che si è lasciata morire a soli 17 anni dopo aver subito stupri e violenze, ha fatto discutere a livello etico. Per affrontare il discorso da un’ottica professionale, abbiamo contattato la dott.ssa Giulia Piccioni, psicologa romana.

“Quella della giovane olandese è una vicenda che ha a che fare con la cultura, l’etica, la religione, il contesto nel quale siamo immersi. Mi ha fatto molto riflettere la doppia visione della società attuale. Da una parte, pensiamo di avere il controllo di tutto ciò che facciamo, dall’altra sentiamo la massima libertà personale di scelta. E quindi mi chiedo: anche solo l’idea di poter scegliere una morte dolce, come avrà influito sul trattamento del malessere di Noa?”

Una decisione difficilissima quella di lasciarsi andare, vedendo come irrecuperabile la propria situazione.

“Stando a quanto si racconta in Olanda – ha proseguito la psicologa – lei ha avuto una grande difficoltà nell’accedere ai servizi e l’attesa stessa può portare l’individuo ad essere ancora più frustrato. Tutto ciò che viviamo dopo il trauma, può portarci verso la sanazione o verso la decisione – ad esempio – di porre fine alla propria vita. Il sostegno della famiglia, degli amici, delle istituzioni, sono fondamentali per casi del genere. La ragazza ha sofferto di una depressione di tipo reattivo, attivata da un forte trauma. Ma la sofferenza, per natura, è soggettiva. Quello che mi chiedo è: una diagnosi di irrecuperabilità, di cronicità, com’è possibile farla a una ragazza di 17 anni che non ha ancora formato la sua personalità e, visto il periodo di adolescenza che stava attraversando, ha una forte tendenza alla distruttività?

Come sta cambiando l’approccio della psicologia a una tematica come quella della depressione?

“In Italia è da poco che abbiamo iniziato ad accettare l’ipotesi di curare una materia invisibile come la mente senza l’assunzione di pasticche, da poco stiamo considerando il sintomo come parte della persona. Non dovremmo curare solo il sintomo senza interessarci del contesto o del percorso effettuato dal paziente. Io sono io, non sono il mio sintomo. Come si è creato questo sintomo all’interno della mia persona? Questo dovrebbe essere l’obiettivo di un professionista.

Il primo passo è quello della conoscenza e della fiducia, in questi casi si tende a non vedere l’altro, presi come siamo dal nostro dolore. Vedere che c’è un’altra persona, per te, anche solo a livello di presenza e di testimonianza, è fondamentale.

Audio integrale dell’intervista:

MAmanero

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here