nuova zelanda

L’attentato in Nuova Zelanda viene vissuto in rete dagli utenti come un videogame. Lo show della violenza sui social continua a fare vittime.

L’atroce strage del 15 Marzo 2019 di Christchurch non ha precedenti in Nuova Zelanda: 49 le vittime civili che alle 13:40 (ora locale) stavano pregando nelle due Moschee prese d’assalto. (Leggi l’articolo dell’attentato) Il killer Brenton Tarrant, ha fatto tutto da solo: mente e braccio della folle carneficina. Da solo scrive un “manifesto di rivendicazione” di circa 80 pagine che pubblica su 8chan un sito di estrema destra, prima dell’attentato. Da solo si reca sul futuro teatro della strage, posizionando una webcam sull’elmetto che accenderà solo pochi secondi prima di scendere dall’auto e imbracciare le armi. Sempre da solo, inizia a filmare 17 minuti di orrore che andranno in mondo visione sul suo profilo Facebook, come diretta streaming.

Da solo compie una strage di fedeli. Di esseri umani.
Sempre da solo. O forse no.
Perché i 17 minuti che Brenton filma hanno in realtà milioni di ignari complici, che dietro lo schermo di uno smartphone o di un pc, assistono ad uno show raccapricciante come fossero al comando di un videogioco.

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Scena di GTA V (Grand Theft Auto V, noto semplicemente come GTA V, è un videogioco del 2013)

Un videogame come tanti se ne trovano oggi: una telecamera fa da occhio e ti guida in giro per città desolate a caccia di nemici da freddare in pochi, irrazionali, istanti. Tra le tue mani un joystick ad alte prestazioni che restituisce vibrazioni e sonoro, quanto basta per sentirsi calato alla perfezione nel personaggio 3D dall’altra parte dello schermo. È quanto di più verosimile possa accadere, se il personaggio che si muove nello spazio virtuale è in carne ed ossa e l’arma che impugna sta facendo vittime reali. La realtà virtuale si fonde con quella quotidiana, lasciando all’immaginazione neanche lo spazio di un frame.

Il video in pochi minuti fa il giro della rete: rimbalza di visualizzazione in condivisione, è caccia al click, all’esclusiva, al “copia link”, al “salva video”, e al “salva contenuto”. Salva tutto ciò che si può mostrare in futuro. Tutto in quel momento poteva e doveva essere salvato. Tutto, tranne il futuro della vita che dall’altra parte dello schermo, viene colpita dal mirino del killer e dall’obiettivo della sua webcam.

Facebook cerca di correre ai ripari bloccando i video che mostrano il terribile show. Vengono chiusi i profili Facebook e Instagram del carnefice e oscurati un milione e mezzo di filmati in streaming sulla sparatoria, mentre oltre un milione vengono bloccati in upload. I video rimbalzano di social in social e di smartphone in pc, con versioni alterate che cercano di eludere i controlli in atto. Reddit un sito di social news, riesce a chiudere un canale già recidivo con oltre 400mila iscritti, dove si continuavano a mostrare i video dell’orribile strage.

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Schermata dell’avviso riguardante l’eliminazione della community watchpeopledie (immagine: da Reddit)

Un inarrestabile desiderio di protagonismo ci guida in rete. Se fino a qualche anno fa la tv e i vecchi media ci hanno mostrato violenze di tutti i generi, oggi siamo noi ad avere in mano il joystick della quotidianità. Spegniamo lo schermo della tv per accenderne altri più piccoli e, sicuramente, più potenti. I Social sono il palco della nostra condivisione quotidiana, il megafono che usiamo per non lasciare la nostra opinione inespressa. Sono, per dirla con un esempio più pratico, l’estensione del nostro occhio; che mai come oggi è una webcam aperta sul mondo e sulla vita di chiunque.

Anche sulla vita di chi non c’è più.

 

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