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Il selfie è diventato negli anni il simbolo di un’epoca fatta di narcisismo e asocialità, l’espressione massima di una generazione – allargata anche ai più anziani – che ama vedersi come protagonista assoluta sulle timeline dei propri amici virtuali.
Come ogni nuova tecnologia, ancora di più come ogni nuova invenzione, l’uso che ne si fa quotidianamente ne determina gli effetti sulla propria vita e sulla considerazione che la stessa invenzione ha sul proprio pubblico di utilizzatori.

Tutto questo noioso cappello introduttivo, serviva solo a delineare l’ambiente all’interno del quale si sta muovendo il ministro dell’Interno Matteo Salvini, che sul suo faccione virtuale sta costruendo le fortune di un partito che nei sondaggi aumenta di percentuale a ogni nuova e sterile polemica lanciata. Il maxi cartellone elettorale si è trasformato negli schermi dei cellulari di tutti gli italiani che – a cadenza quotidiana – si vedono costretti ad aggiornare la quantità di byte usati per il volto sempre sorridente del proprio vice presidente del consiglio.
Attenzione all’uso che si fa dei selfie, dicevo: l’ultimo episodio che ha visto coinvolto Matteo Salvini e uno smartphone è quello di Salerno dove, una giovane ragazza, ha attirato il ministro nella sua stessa carta moschicida: “ci facciamo un selfie?” – avrà detto la giovane, attirando la fame di consenso del leghista. Tutti in posa, sorrisone, non una foto ma un video e “.. adesso non siamo più terroni di merda???”. Il mondo si ribalta: da Narciso a personaggio messo all’indice, da protagonista a elemento comico di un mini film girato con un cellulare. A Salvini, molto attento quando si parla di comunicazione social, non sarà di certo sfuggito che l’episodio di Salerno non è che l’ultimo di una lunga serie: dalle due ragazze che si sono baciate all’atto del click, al finto sostenitore che ha reclamato i 49 milioni fatti sparire dal partito del ministro.

Tutto bello, tutto estremamente democratico, con il sovrano additato dai propri sudditi, come fosse il re nudo della fiaba di Andersen. E invece no.
Alla ragazza di Salerno, gli uomini della digos hanno strappato di mano il cellulare – che nel frattempo ha continuato a registrare la grottesca scena – fino a minacciarla al grido di “se lo rifai ti spezziamo le dita” (questo almeno è quello che lei ha raccontato).
E allora di bello non c’è proprio niente, di democratico e di divertente ancora meno.
C’è solo il narcisistico gioco di chi vuole dettare le regole senza l’onere di rispettarle per primo, un esercito del selfie tradito dal suo stesso Capitano.

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