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In ogni manovra finanziaria dei paesi occidentali o in via di sviluppo, si parla sempre di crescita economica.

Eravamo arrivati a parlare di crescita economica e green economy, e ci sono venuti i primi dubbi.

Spesso si parla di “sviluppo sostenibile”. Questo concetto sta ad indicare una forma di crescita che possa in qualche modo non avere ripercussioni sull’ambiente e sull’equilibrio sociale.

Possiamo pensare che sia possibile?

Negli ultimi 30 anni l’aumento del Pil a livello globale ha sempre generato grande impatto ambientale. Lo sfruttamento eccessivo delle risorse ha danneggiato la biosfera dove viviamo, senza darle modo di rigenerarsi.

Le risorse autoprodotte dal nostro pianeta sono ogni anno meno disponibili, e si calcola che nel 2019 si siano esaurite già il 29 di luglio.

Si chiama “Overshoot Day” il giorno stimato dal quale la produzione industriale stia consumando risorse non rigenerabili. Ovvero da quel giorno in poi si “rubano” risorse al futuro.

Fino a una decina di anni fa l’overshoot day si stimava ad ottobre, poi a settembre e via via sempre prima. Di questo passo la biosfera cambierà molto rapidamente.

Sia ben inteso, il nostro pianeta non si accorgerà di nulla. La Terra continuerà a girare intorno al sole per altri 4,5 miliardi di anni, indipendentemente da chi la ospiterà ed indipendentemente dagli scenari che si configureranno sopra di essa.

Dobbiamo trovare una svolta economica

Dal 2001 l’Ocse parla de “disaccopiamento” tra crescita economica e ambiente, teorizzando quello che oggi viene definito sviluppo sostenibile.

Da allora tutte le istituzioni a livello globale lavorano nella direzione di tutelare l’ambiente in relazione all’aumento della produzione. L’Unione Europea, l’ONU, la Banca Mondiale sono ancora convinte che il Pil possa aumentare nel rispetto dell’ambiente, e che si possa arrivare al disaccoppiamento della crescita economica dalle pressioni ambientali.

La verità sta nei fatti

l’European Environmental Bureau è un organo composto da 150 organizzazioni con sede in 30 Paesi diversi. Ha condotto uno studio empirico e teorico sul tema e il risultato parla chiaro.

Ha pubblicato lo scorso 8 luglio la prima analisi scientifica sul “Decoupling debunked”, denunciando come:

non solo non ci sono prove empiriche a sostegno dell’esistenza di un disaccoppiamento della crescita economica dalle pressioni ambientali in misura anche solo vicina a ciò che servirebbe per affrontare il collasso ambientale, ma, e forse è ancora più importante, sembra improbabile che tale disaccoppiamento si verifichi in futuro”

La strategia basata sull’aumento dell’efficienza, tanto cara alle grandi coalizioni bipartizan, non funziona.

Vuol dire che la soluzione al problema Ambiente è consumare meno e ridimensionare molti settori produttivi.

Per ricondurre lo sviluppo all’interno dei limiti del pianeta e delle sue capacità di rigenerazione ed autorganizzazione bisogna rallentare il sistema produttivo. Altrimenti continueremo a contrarre un deficit ecologico che ogni anno peggiora.

In concreto per noi umani un aumento del deficit ecologico significa crescita di povertà, aumento delle disuguaglianze, migrazioni ambientali forzate, mancata coesione sociale, guerre.

I Cambiamenti geopolitici e le risorse

La così detta “Primavera Araba” si scatena in tutto il medio oriente a seguito dell’aumento del prezzo del grano.

La grande siccità nel nord America ridusse drasticamente la produzione del grano. Le esportazioni del prezioso cereale sono diminuite e di conseguenza il prezzo è salito.

Aggravare la situazione di popolazioni che sono al limite della sopravvivenza ha sempre portato rivolte e disordini.

Sta accadendo la stessa cosa in Iran per l’aumento del prezzo dei carburanti. Negli ultimi giorni ci sono stati 106 morti per le proteste.

Accade in sud America: Venezuela, Bolivia, Cile. L’aumento del prezzo delle risorse crea ovunque aumento delle disuguaglianze e tensione sociale.

E siamo solo all’inizio

 

 

 

 

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