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Ho aspettato un giorno intero prima di scrivere qualcosa di senso compiuto, sulla morte di Kobe.
Mi vergogno un po’ ad ammettere che, fino a qualche ora fa, ancora aspettassi una smentita. Un video del Mamba che, col suo sorriso da Puma, rassicurava tutti dopo l’ennesima bufala vomitata dal web.
E invece no, è tutto vero.
L’immagine che mi ha tenuto incollato ai pensieri è quella di una buona fetta di popolazione mondiale, per difetto ho immaginato la metà dei circa 7miliardi di persone, a testa china sul proprio smartphone.
Tutti cercando la stessa parola, la stessa notizia, la stessa foto.
Ognuno, declinando la propria emozione nella lingua del proprio paese, concentrando una pazzesca ondata di energia sul volto di Kobe Bryant, morto a 41 anni a fianco della piccola Gianna Maria, a seguito di uno schianto in elicottero.

L’immaginazione di massa è uno strumento potentissimo, un’arma spesso usata da chi il mondo lo governa e lo controlla.
Stavolta, l’arma si è trasformata in spirito creativo, una forza che ha plasmato la rappresentazione fisica di un Superuomo e l’ha scagliata nell’Immortalità.
Il talento mi emoziona, la capacità di un individuo di differenziarsi dai propri simili per capacità, forza di volontà e quel pizzico di Divino che qualcuno di superiore gli ha lasciato in dote.

E Kobe Bryant era tutto questo, continuerà ad esserlo anche dopo la sua stessa morte, anche dopo le nostre misere e inevitabili.
“Sono scioccato, per me Kobe era come un fratello minore. Avevamo l’abitudine di telefonarci spesso, mi mancheranno le nostre conversazioni. Il dolore è indescrivibile”.
Le parole di Michael Jeffrey Jordan – altro felino che il basket, lo sport mondiale e la cultura popolare le ha divorate sublimandole – spiegano alla perfezione i motivi di questo globale senso di vuoto.
La Cupola di San Pietro non può morire, non possono morire le Dolomiti o l’Oceano Pacifico, non può prendere fuoco la Cattedrale di Notredame, se non portando con sé la stessa sensazione di incredulo sgomento.
“Mio eroe”  – le due parole che si è lasciato scappare su Twitter Marco Belinelli, che con Bryant ha avuto la fortuna di giocare sullo stesso parquet, dilaniano il cuore.

In queste ore, milioni di persone hanno condiviso la struggente lettera d’addio di Kobe al gioco del basket, citando le righe finali e quel commovente e lentissimo conto alla rovescia, fino alla sirena finale.
Di quelle righe, a me bastano cinque parole: rimarrò per sempre quel bambino”.
Ed è una magra consolazione, per tutti noi, che ci crediamo immortali e che nel mito di Peter Pan cerchiamo la salvezza.

Lo sarai per sempre, Kobe Bryant, che volavi sul parquet libero dalla fisica, dalla meccanica, e dalla tecnologia.
Lo sarai per sempre a partire da ieri, quando la fisica, la meccanica e la tecnologia ti hanno costretto al più lungo abbraccio con la piccola Gianna Maria.
Due bambini, per sempre, in un corpo solo.

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