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Ormai sui media nazionali la vicenda ILVA sembra aver lasciato il passo ad altri argomenti più importanti per il Paese, come la partecipazione di Rula Jebreal a Sam Remo. Noi, invece, avevamo già espresso il nostro parere sulla vicenda ILVA, attribuendo il fallimento della maggiore acciaieria del Paese (e d’Europa) alla macchina giudiziaria, che in Italia non è sempre impeccabile. 

Avevamo Ragione. I Riva sono stati assolti, ma i media nazionali non ne hanno parlato. Da quando Fabio Riva il 5 luglio 2019 era stato assolto dalla gup Lidia Castellucci dalla bancarotta dell’ex Ilva «perché il fatto non sussiste», dopo essersi visto respingere (da altra gup) come non congrua la richiesta di patteggiare 5 anni, erano attese le motivazioni: all’esponente della famiglia ex proprietaria dell’Ilva i pm milanesi contestavano di aver concorso nel medio periodo al dissesto, a forza di risparmiare nel breve periodo i costi della tutela dell’ambiente e della salute.

Il verdetto: 

Ma alla gup, che dal proprio perimetro rimarca di escludere gli elementi non ancora definiti da sentenza nel processo ambientale in corso a Taranto, appare “francamente ardito sostenere che vi sia stato un “risparmio di costi” da parte di una società che – come indicavano i difensori Giampaolo Del Sasso e Salvatore Scuto – dal 1995 al 2012 ha sostenuto costi in materia ambientale di un miliardo di euro» e di tre miliardi per impianti nuovi o ammodernati”.

Nella gestione dell’Ilva di Taranto da parte della famiglia Riva, tra il 1995 e il 2012, la società ha investito “in materia di ambiente” per “oltre un miliardo di euro” e “oltre tre miliardi di euro per l’ammodernamento e la costruzione di nuovi impianti” e non c’è stato il “contestato depauperamento generale della struttura”.

In un passaggio delle 127 pagine di motivazioni della sentenza, che ha assolto “perché il fatto non sussiste” Fabio Riva (uno dei componenti della famiglia ex proprietaria dell’Ilva) da due accuse di bancarotta per il crac della holding Riva Fire che controllava il gruppo siderurgico, si legge, tra le altre cose, che “alla luce dell’ammontare dei costi complessivamente sostenuti” dai Riva “unitamente alla sostanziale conformità alle prescrizioni AIA (autorizzazione integrata ambientale, ndr) del 2011, è evidente come non possa ravvisarsi quel contestato depauperamento, dal momento che gli elementi in atti”, portati dalla difesa, “contrastano con tale conclusione”.

Le altre assoluzioni:

Nell’ottobre 2017 Fabio Riva e il fratello Nicola Riva si erano visti respingere da un altro gup la richiesta di patteggiamento (rispettivamente a 5 e a 2 anni), concordata con la Procura, per “incongruità” della pena. Nel febbraio 2018, poi, Nicola Riva aveva patteggiato 3 anni, mentre Fabio aveva scelto la strada dell’abbreviato. Nel maggio 2017 aveva patteggiato 2 anni e mezzo Adriano Riva, fratello di Emilio, l’ex patron del colosso siderurgico scomparso nel 2014, firmando anche la transazione di rinuncia a quegli 1,1 miliardi sequestrati dai pm nell’inchiesta sul crac della holding. Somma che, con l’aggiunta di altri 230 milioni versati dalla famiglia, era stata destinata in gran parte per la bonifica ambientale dell’area su cui sorge lo stabilimento tarantino.

 

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