Il presidente del Partito Democratico, Matteo Orfini (D), e il sindaco di Roma, Ignazio Marino, durante la cerimonia commemorativa del 71/o anniversario dell'eccidio delle Fosse Ardeatine, Roma, 24 marzo 2015. ANSA / ETTORE FERRARI
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La democrazia, nell’accezione più “ateniese” del termine, è una forma di governo in cui il potere viene esercitato dal popolo, tramite rappresentanti liberamente eletti. Un concetto di cui si abusa, la democrazia, in un’epoca nella quale le decisioni vengono prese ben al di sopra delle teste del cosiddetto popolo.

Quello dei governi rappresentativi, che per comodità e abitudine chiamiamo democratici, è un compromesso tacitamente accettato dai cittadini, con diversi gradi di consapevolezza.
Immaginare, però, che a negare ufficialmente il concetto di democrazia fosse proprio chi di quel nome si fregia, è un esercizio che lo stesso Orwell avrebbe faticato a mettere in pratica.
La questione è la sfiducia dell’ex sindaco Ignazio Marino da parte di una cospicua ala del suo partito, oltre che da molti dei suoi consiglieri comunali.
Sfiducia che, all’epoca, trovò terreno fertile nella cosiddetta inchiesta degli scontrini. Secondo i magistrati, Marino avrebbe usato la carta di credito del Comune di Roma «per acquistare servizi di ristorazione nell’interesse suo, dei congiunti e di altre persone» per una cifra superiore ai 12mila euro.
Dopo una vicenda giudiziaria lunga 4 anni, la Cassazione ha emesso il verdetto finale: l’ex Sindaco è assolto, in quanto il fatto non sussiste.
Cosa è accaduto dopo l’addio di Marino è storia nota: il commissariamento da parte di Tronca, le elezioni e il trionfo dei Cinque Stelle e della Raggi. A 4 anni di distanza, il popolo del PD – chirurgicamente diviso in fazioni come tradizione vuole – ha chiesto ai suoi dirigenti, ed ex dirigenti, di chiedere scusa a Ignazio Marino. A capo dell’allora PD romano, all’epoca dei fatti, c’era Matteo Orfini:
renziano di ferro e portabandiera delle istanze anti Marino.
Il post sul suo profilo fb di un giorno fa, a proposito della richiesta di scuse, è il manifesto dell’anti democrazia:

“Ieri Marino è stato assolto per la vicenda degli scontrini. Alcuni, compreso qualche dirigente del Pd, mi chiedono di scusarmi per la scelta di sfiduciarlo. Ovviamente non credo di doverlo fare, perché quella scelta l’ho assunta spiegando fin dal primo momento che non era legata all’inchiesta”. 


E ancora.


Marino non era adeguato a quel ruolo, stava amministrando male Roma, la città era un disastro”.
Possiamo raccontarci che Marino fosse un sindaco fantastico. Possiamo convincerci che Roma possa essere amministrata con lo slogan protogrillino “non è politica, è Roma”.

Poco importa che a eleggere Marino furono prima gli stessi tesserati del PD, tramite il democraticissimo esercizio delle primarie, esito poi confermato proprio alle elezioni.
A decidere, evidentemente, è un ristretto gruppo di persone in base a giudizi e riflessioni puramente personali.
Il post, lunghissimo e che invito a leggere, racconta per filo e per segno i passaggi che hanno portato all’allontanamento dell’ex sindaco ma, leggendo tra le righe, il tono inconsapevolmente anti democratico assume i contorni dell’assurdo. Come il commento dello stesso Orfini, in risposta a uno dei suoi follower:

“I Sindaci vengono sfiduciati dai cittadini durante le elezioni, il cittadino è l’unico arbitro per l’operato di un Sindaco, non i Partiti, o meglio le nomenclature di questi”, fa notare il cittadino.

“Questo forse nelle dittature populiste. In una democrazia rappresentativa ci sono contropoteri e possibilità di sfiducia”, risponde Orfini.

Si, quando e se i comportamenti dello sfiduciato ne compromettano la regolare prosecuzione del mandato. Parole come “inadeguatezza” sono soggettive e declinabili a piacimento.
La sentenza della cassazione, invece, è quanto di più oggettivo e distante dalle opinoni personali.
La democrazia e la responsabilità personale, sono concetti che dovrebbero camminare di pari passo.
Soprattutto all’interno di un partito che, di quell’aggettivo, ne fa un vanto oltre che la propria cifra distintiva.

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