Carola Libera

Si è molto discusso in queste ore sull’ordinanza di scarcerazione ad opera del GIP di Agrigento nei confronti di Carola Rackete. Nelle chat di Wazzup è rimbalzata immediatamente l’ordinanza integrale del GIP (anche se poi in pochi si sono presi la briga di confrontarla con l’originale). La fuga di notizie e la velocità con le quali avviene è però un altro problema che non vogliamo affrontare in questo articolo.

Oggi vogliamo fare una disamina, non tecnica, ma linguistica delle motivazioni che hanno portato alla scarcerazione di Carola. I punti sono essenzialmente 3:

Punto primo: le normative internazionali

Prevalgono rispetto all’ordinamento nazionale dei singoli Paesi. L’art.98 della Convenzione delle Nazioni unite sui diritti del mare stabilisce che il comandante di una nave ha l’obbligo – penalmente sanzionato – di “prestare soccorso a chiunque sia in condizioni di pericolo” e di procedere “velocemente al soccorso”. (ma non sono stati 14 giorni in mare???). 18, inoltre, autorizza per le navi straniere il passaggio o l’ancoraggio in acque territoriali se necessario a prestare soccorso alle persone in pericolo.

Per la Gip, dunque, Carola Rackete ha agito nell’adempimento del suo dovere, nonostante la normativa nazionale, in particolare il decreto sicurezza bis vietasse, pena una semplice sanzione pecuniaria, l’ingresso in Italia alla nave.

Punto due, porti sicuri.

Per la Convenzione di Amburgo del 1979, “l’obbligo del soccorso non si esaurisce con la presa a bordo ma con la conduzione dei naufraghi in un porto sicuro”. Nè la Libia né la Tunisia sono considerati “porti sicuri”.

Anche se la Tunisia ha recentemente rispettato i programmi del Fondo Monetario Internazionale, ricevendo la sesta tranche del prestito autorizzato dalla Lagarde (neo eletta presidente della BCE). Quindi per “i soldi”è un porto sicuro per le persone no.

Punto tre, Stato di necessità.

La condizioni dei migranti peggioravano di giorno in giorno e anche i medici di bordo avevano espresso il timore che la situazione potesse “esplodere da un momento all’altro”.

Punto 4, resistenza a nave da Guerra.

Per la sentenza 35 del 2000 della corte Costituzionale, le unità navali della Guardia di Finanza sono considerate “navi da guerra” solo “quando operano fuori dalle acque territoriali ovvero in porti esteri ove non vi sia un autorità consolare”: circostanze non sussistenti in questo caso. 

Resta il problema dell’urto con la motovedetta; reato che – spiega la Gip – deve ritenersi “scriminato ai sensi dell’art 51 del codice penale, per avere l’indagata agito in adempimento di un dovere”. E questa è una valutazione che possiamo lasciare solo nelle mani del buon Dio. Anche se “prima caritas incipit ab ego.” 

Quindi Carola Rackete è libera, ma resta a disposizione della magistratura perché deve rispondere anche dell’ipotesi di reato di “favoreggiamento dell’immigrazione clandestina”.

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