il 5 Marzo è stata annunciato al mondo la notizia di un trapianto di cellule staminali ematopoietiche con una particolare mutazione che ha permesso di ottenere una remissione di lunga durata del virus HIV-1 in un paziente sieropositivo dal 2003: nel suo sangue non è stato trovato più alcun marcatore della rivitalizzazione del virus, anche a distanza di anni dalla sospensione della terapia farmacologica.

Ma questo non ha niente a che vedere con Il metodo Stamina,inventato da Davide Vannon e proposto dalla Stamina Foundation, un’organizzazione da lui presieduta. La terapia consisteva nel prelievo di cellule dal midollo dei pazienti, la loro manipolazione in vitro (incubazione delle cellule staminali per un periodo variabile da 2 a 4 ore in una soluzione 18 micromolare di acido retinoico), e infine la loro infusione nei pazienti stessi. Principalmente rivolto alle malattie neurodegenerative, si baserebbe sulla conversione di cellule staminali mesenchimali in neuroni.

Il parlamento italiano, a seguito della pressione dell’opinione pubblica, avviò di una sperimentazione nel maggio 2013. Solo un anno dopo, nell’ottobre del 2014 arriva la definitiva bocciatura da parte della commissione incaricata di valutare i presupposti per una sperimentazione.

Diversa invece la ricerca diretta da Ravindra K. Gupta, dell’University College di Londra: dopo il trapianto, avvenuto nel 2016, il paziente – che ha preferito rimanere anonimo – ha acquisito entrambe le copie della mutazione introdotta, manifestando solo una lieve reazione. Ripetuti test hanno confermato che la presenza dell’HIV rimaneva impercettibile, la terapia antiretrovirale, proseguita per 16 mesi, è stata quindi interrotta, e il paziente è in remissione da altri 18 mesi, per un totale di 35 mesi dal trapianto.

Due diversi approcci, che hanno portato a due risultati molto diversi, ma che rischiano di creare diffidenza nell’opinione pubblica sulla prosecuzione della ricerca sulle cellule staminali.

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