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All’indomani dell’ennesima – e stucchevole – manifestazione di razzismo di alcuni tifosi, stavolta del Cagliari, nei confronti di calciatori dalla pelle nera la discussione non riesce proprio ad elevarsi e a scendere in profondità.
Cosa è successo: in occasione del gol del 2 a 0 della Juventus alla Sardinia Arena, Moises Kean ha sfidato i tifosi sardi fissandoli – immobile e serio – alla base del loro settore di appartenenza. Da li in poi, a ogni palla toccata dallo juventino, e dal suo compagno Matuidi, fiumi di buu sono piovuti dagli spalti. Partita sospesa per qualche minuto dall’arbitro Giacomelli, messaggio d’avvertimento lanciato dallo speaker dello stadio, e polemica post partita tra il presidente cagliaritano Giulini e il talent di Sky Adani, a colpi di “moralista, i buu sarebbero arrivati anche per Bernardeschi se avesse provocato come Kean”.
Come dicevo in apertura,  la discussione non riesce proprio ad elevarsi e scendere in profondità.

Sul problema, da anni, nell’ambiente calcio ci si divide in due macro categorie: i sostenitori della teoria goliardica e gli oltranzisti del razzismo a tutti i costi. Partiamo dal significato della parola razzismo, ben spiegato dal vocabolario Treccani: “Complesso di manifestazioni o atteggiamenti di intolleranza originati da profondi e radicati pregiudizî sociali ed espressi attraverso forme di disprezzo ed emarginazione nei confronti di individui o gruppi appartenenti a comunità etniche e culturali diverse, spesso ritenute inferiori”.

Il nodo della questione è tutto qui, ed è puramente culturale. A chi risponde alle accuse di razzismo con il classico “è solo goliardia, i buu vengono fatti solo per distrarre i giocatori avversari” bisognerebbe far capire un concetto molto semplice: quando si discrimina, cioè quando si usa un comportamento diverso da persona a persona, in base esclusivamente al colore della pelle, quel comportamento è un comportamento razzista.
Senza alcuna possibilità di discussione.
Altra cosa sarebbe accusare di razzismo la singola persona, mettendone in questione l’etica quotidiana e additandola come razzista tout court.
Fai buu a un calciatore di colore? O meglio, imiti il verso della scimmia identificandola con il calciatore in questione? Può darsi che tu non sia un razzista nella vita di tutti i giorni ma, senza alcun dubbio, il tuo comportamento in quel preciso momento è un comportamento razzista e su questo bisogna colpire. Non servono campagne di sensibilizzazione superficiali e superflue, di certo non basta trovare a tutti i costi il capro espiatorio – particolare come ci si rivolga, molto spesso, soprattutto a pochissime tifoserie italiane quando il fenomeno è ben più vasto e diffuso in quasi tutti gli stadi.

Qualche anno fa, in Germania, il Borussia Dortmund ha bandito per sei anni un suo tifoso dallo stadio per aver accennato un saluto nazista. Chi può sostenere che quella persona, nella vita reale, fosse un simpatizzante delle idee di Hitler? Nessuno, senza prove. Ma, al di fuori di ogni ragionevole dubbio, quel comportamento è stato identificato come fuori dalle regole e, per questo, il tifoso ha pagato.
(Il Borussia Dortmund ha poi pubblicato questo spot che ridicolizza ogni espressione nazista, fascista o razzista)

Senza nascondersi dietro alibi di moralismo o lavandosi la coscienza con campagne mediatiche vuote: la responsabilità personale e la certezza della pena sarà la vera rivoluzione del nostro calcio e – chissà – anche del nostro paese.

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