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Sono davvero in pochi oggi, a non avere uno smartphone in tasca. Lo usiamo davvero per ogni cosa; ha sostituito tante delle nostre abitudini consolidate, come, ad esempio consultare una mappa, le pagine gialle o una enciclopedia.

Ma realmente, di che cosa è composto? Due ricercatori dell’Università di Plymouth (UK) Arjan Dijkstra e Colin Wilkins, hanno polverizzato uno smartphone («di fascia alta», affermano), trattato la polvere con un ossidante a 500 gradi centigradi e analizzato infine i composti risultanti dall’inconsueto trattamento. Che hanno trovato? Tantissimi minerali preziosi: silicio, ferro, cromo, cobalto ma anche molibdeno, argento e oro.

 

Questi materiali sono di difficile estrazione, spesso anti ecologica e spesso frutto dello sfruttamento di minatori e del suolo.

A proposito di oro e di cellulari, è emblematico il fatto che l’estrazione del prezioso minerale dai dispositivi elettronici è, oggi,  più remunerativa dell’estrazione mineraria.

Più “conveniente” anche, ma non solo, per le condizioni di lavoro in cui viene svolta questa attività: nelle zone più povere e degradate del pianeta, utilizzando acidi tossici senza alcuna protezione e smaltendo poi i residui ovunque nell’ambiente. Se si considera che da 100 kg di minerale grezzo (da miniera) si ottiene appena 1 grammo di oro puro e che nel mondo potrebbero oggi esserci 6 miliardi di cellulari buttati via, ognuno con qualche decina di milligrammi d’oro.

Discorso analogo per tutti i minerali utilizzati.

Sono cifre approssimative, non abbiamo le pretesa di essere rigorosi, ma aiutano a capire perché molti dispositivi elettronici finiscono in Paesi senza regole, per alimentare economie senza regole. Sono enormi le quantità  di minerali grezzi estratti con operazioni minerarie che sconvolgono l’ambiente naturale in cui vengono condotte, purificati poi con processi inquinanti.

Occorre una regolamentazione seria al riguardo e a livello globale che spinga le aziende produttrici a tenere in considerazione questi aspetti

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