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A distanza di oltre 40 anni il gioiellerie romano, Roberto Giansanti, racconta i 53 drammatici giorni della sua prigionia, avvenuta in un covo romano mai identificato ad opera di esponenti della Banda della Magliana.

Quello di Roberto Giansanti fu l’inizio di una lunga e terribile stagione di sequestri eccellenti, che annoverano tra i tanti quello del Duca Grazioli, dell’imprenditore Danesi, fino a quello dell’On. Aldo Moro.

Giansanti ricorda: “Nonostante i tappi di cera alle orecchie sentivo qualcosa, a volte riconobbi dei nomi, o il modo di parlare di uno dei carcerieri che sembrava proprio quello di un noto cantante romano dell’epoca. Ho sentito che con i soldi del mio sequestro e con quelli del Duca Grazioli avrebbero preparato qualcosa di eclatante. Per un mese sono stato bendato, poi non più, mentre loro usavano i passamontagna, ma a volte qualcuno pensando che dormissi qualche leggerezza l’ha commessa: nel ’79, a distanza di due anni dalla liberazione, riconobbi quello che nel libro chiamo “Il Moro”. Fu arrestato, ma incredibilmente poco dopo fu rilasciato, prima che fosse ammazzato…”.

“Sono stato pestato, minacciato con la pistola in bocca, deriso e umiliato. Un naso rotto, un’infezione agli occhi che mi faceva impazzire per non so quale spray urticante mi avevano schizzato al momento del sequestro, avvenuto sotto casa, a Talenti, dopo vari appostamenti anche in Via Lanciani”.

Il sequestro Giansanti, tra prove occultate, depistaggi e false dichiarazioni, resta ancora oggi un caso irrisolto.

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