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Gianmarco Tognazzi, ai microfoni di Non è la Radio, durante la trasmissione Cor core acceso di RomaTube, condotta da Riccardo Filippo Mancini e Danilo Conforti, ha parlato dell’ultimo DPCM e della crisi del cinema italiano e non solo: “Non vedo una logica, si dimentica che dietro al cinema ci sia tanta gente che ci lavora, con certe scelte si impoverisce culturalmente il paese”

Buongiorno Gianmarco. Ti chiediamo un commento sulla situazione attuale, dopo il nuovo DPCM e la chiusura di cinema e teatri
Continuo ad avere il dubbio che non ci sia una logica. Il problema è quello di essere trattati come ‘tempo libero’, non come un lavoro. Questa storia deve finire. I lavoratori dello spettacolo sono lavoratori e non vanno a giocare. C’è gente che lavora 14 ore al giorno, chi guadagna come un operaio. Costa caro alla cultura, vedremo quanto ne pagheremo in ignoranza futuro. Manca il confronto, è inaccettabile. A me che il film non esca non mi interessa, non è questo il problema. Oltretutto è chiaro che per la situazione attuale il film non avrebbe avuto grande successo. Credo che fino a che non si tornerà alla normalità totale nella nostra vita quotidiana è chiaro che il mercato non potrà essere valutato minimamente sulla qualità e sull’apprezzamento di un film. Credo che il segnale importante che dava in questo caso 01 e la produzione Lucisano, era quello che proprio in un momento come questo uscire con un film importante, che ha un certo costo produttivo, voleva dare la sensazione alla gente che la vita cercava di andare avanti con una normalità. Chi voleva andare al cinema in sicurezza lo poteva fare. Mi sembrava un segnale di responsabilità, al contrario dell’irresponsabilità di cui in qualche modo uno poi si sente involontariamente accusato. Sembra quasi che tu stai andando contro la soluzione alla pandemia uscendo con il film perché il cinema diventa il luogo di aggregazione. Perché il cinema è un luogo di aggregazione che può creare contagi? Al di là dei dati Agis che dicono che su 347 mila persone c’è un contagiato da giugno ad ottobre, quindi parliamo di un paradosso. Qual è la differenza tra l’andare ad una celebrazione in chiesa e andare al cinema? Qual è la differenza tra andare al museo o a teatro? Nessuna. Ecco la pretestuosità del provvedimento.

Tra l’altro ieri è uscito un comunicato di UNITA (Unione Nazionale Interpreti Teatro e Audiovisivo) di cui fai parte
Io parlo a nome mio e anche a nome di Unita. Siamo diventati un’associazione di categoria e stiamo cercando di dare una dignità e dare la giusta comunicazione al nostro lavoro. E’ diventato stucchevole pensare sempre che ci sia una percezione di questo settore, dove le cose si fanno come se non fosse un vero e proprio mestiere. E’ giusto che come associazione di categoria si prendano posizioni e si pretendano dei chiarimenti rispetto a un settore e alle persone. Non siamo tanto noi attori, badate bene. Noi parliamo delle maestranze, dei tecnici di teatro, di alcuni attori che hanno visto arrivare i soldi a determinati teatri come sostentamento da parte anche delle istituzioni e questi soldi non sono mai stati dati ai diretti interessati. Qui ci sono delle cose molto gravi, che rappresentano il vivere di famiglie. Non ci si può giocare più sennò da attori diventiamo attori maleducati. Ci stiamo arrivando anche molto poco moderati. Forse le istituzioni avranno capito che con noi il giochino è finito.

Ma non c’è modo di avere un confronto con le Istituzioni?
Non c’è modo di confrontarsi. Il problema è questa cosa all’italiana. Una cosa di facciata no, le cose devono essere concrete. Noi arriviamo con delle ipotesi, delle idee, delle mozioni e tu hai la responsabilità di gestire quel settore e devi dare delle risposte e delle motivazioni. Se queste non sono valide, io continuo a fare delle domande sui perché. Siamo veramente basiti. Anche noi ad un certo punto reagiamo. non è che possiamo sempre porgere l’altra guancia perché siamo bravi a fingere. Noi fingiamo nel lavoro, invece la vita certe volte sembra recitare intorno più di quanto non recitiamo noi. Non è che il settore dello Spettacolo e della Cultura devono avere un’attenzione maggiore rispetto a qualsiasi altra categoria perché sono dei privilegiati. Non è assolutamente questo. A parte che impoverire culturalmente un Paese in un momento in cui sta già soffrendo sotto il profilo economico e morale, è un errore clamoroso. Qualcuno diceva che l’uomo non si nutre di solo pane, lo diceva qualcuno di alto, altissimo.

Certo la situazione appare davvero complicata e a volte le scelte poco comprensibili
Va bene tutto, se supportato da qualcosa che ci dimostra che c’è un problema. Nel nostro settore si sono attenuti ai protocolli, hanno speso delle cifre molto grosse per sanificare, tenere un posto si e due no, la gente con le mascherine. Allora i mezzi pubblici non devono girare, punto. Basta! Ieri ho sentito che dobbiamo levare le cose che invogliano la gente ad uscire di casa. Spero che stiano scherzando. Sennò rasentiamo i tempi di “Con la cultura non si mangia”, stiamo a questi messaggi qui. Noi come popolo italiano non possiamo scordarci sempre però delle cose che succedono, sennò è un lamentio continuo, diventa un esercizio di stile e basta. Ieri abbiamo avuto un lungo confronto con tanti colleghi, su zoom, per parlare di questa situazione, cercare di vedere, capire. Poi io nella comunicazione delle cose sono molto passionale, ma c’è gente molto più moderata di me che è molto più incazzata di me, ve lo assicuro.

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