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La sentenza di un tribunale d’appello francese ha riconosciuto il diritto al risarcimento per le 2.700 donne che hanno subito l’impianto di protesi per il seno difettose, prodotte dall’azienda Poly Implant Prothèse (Ppi). Lo stesso tribunale ha confermato anche una condanna per negligenza per una seconda azienda, la tedesca Tuv Rheinland, per aver prodotto le false certificazioni europee che attestavano sicurezza e l’affidabilità delle protesi Ppi.

La causa legale, durata oltre dieci anni e che ha generato uno scandalo di vaste proporzioni in tutto il mondo, ora potrebbe avere conseguenze anche per le altre migliaia di donne che hanno avuto impiantate queste protesi e non hanno ancora denunciato. Secondo la Bbc tra il 2001 e il 2010 si stima che almeno 400mila donne – di cui 60 mila in Colombia e 47 mila nel Regno Unito – hanno ricevuto questi impianti difettosi: gli studi hanno dimostrato che col tempo le protesi tendevano a rompersi, rilasciando il gel silicone di tipo industriale nell’organismo, non adatto all’uso umano.

Il gruppo di donne che hanno intentato la causa hanno dimostrato di essere incorse in problemi di salute causati dal silicone industriale. Tra queste c’è Jan Spivey, una delle 580 querelanti di nazionalità britannica, che dopo aver subito una doppia mastectomia per via di un cancro, ha ricevuto le protesi Ppi. Subito dopo ha iniziato ad accusare dolori alle articolazioni, alla schiena e alla testa, a soffrire di sensazioni di soffocamento e stati d’ansia. Anche una volta rimosse, a vent’anni di distanza, la donna ha dichiarato che quelle protesi “continuano ad avere effetti negativi sulla salute fisica e psicologica”.

La donna ha raccontato che prima di capire che erano le protesi a causare quei problemi ha attraversato un periodo di grande sofferenza: “non sapere perché stavo così male è stato terribile”. Una volta capita la ragione, “non potevo credere come i medici avessero potuto inserire quelle cose nel mio corpo”.

A denunciare la pericolosità delle protesi dell’azienda  Ppi fu per prima l’Agence Française de Sécurité sanitarie des produits de Santé, dopo aver ricevuto delle segnalazioni di danni alla salute e anche alcuni casi di morti sospette. Ottenuti accertamenti, nel 2010 l’agenzia ne ordinò l’immediato ritiro dal mercato e dispose che tutte le donne che le avevano ricevute – non meno di 30 mila – venissero richiamate in ospedale per ottenere l’espianto e la sostituzione.

La Ppi fu immediatamente chiusa e il suo proprietario è già stato condannato al carcere. Le indagini della magistratura francese rivelarono che l’azienda, con sede in Provenza, aveva accumulato un forte deficit di bilancio e per questo aveva optato per l’acquisto di materiali scadenti per continuare a produrre i dispositivi sanitari.

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