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Gli evasori fiscali in Italia sono, per il governo in corso ed anche per quelli precedenti, i lavoratori autonomi e le imprese autonome.
In parte è vero, perchè il lavoro autonomo riesce a non versare circa il 69% dell’irpef; questo comporta una evasione fiscale pari a 32 miliardi di euro l’anno.
Ve la faccio semplice: su 46 miliardi che il fisco dovrebbe incassare dagli autonomi, ne incassa solo 14. Questi sono i dati allegati alla nota di aggiornamento del Def (legge finanziaria).

Lavoratori Autonomi e Aziende

Secondo le dichiarazioni dei redditi del 2017, i Lavoratori autonomi (evasori fiscali per definizione) sono 765.000 e sono diminuiti del quasi 4% rispetto all’anno precedente. Il 40% degli autonomi dichiara meno di 25.000 euro annui, e solo 1% guadagnerebbe più di 200.000. Gli autonomi sono diminuiti, ma il reddito complessivo è cresciuto dell’1%. Questo vuol dire che per tanti le cose non sono andate poi così bene, e diminuendo la concorrenza chi ha resistito alla crisi, ne ha tratto vantaggi.

Alle grandi aziende è stata contestata una evasione fiscale 16 volte più superiore a quella contestata alle aziende autonome e agli “evasori” autonomi. Il dato fornito dalla Cgia di Mestre, mette in evidenza che ogni grande impresa accertata abbia evaso per più di un milione di euro; 350 mila le medie imprese e 65 mila le piccole. Eccoli i grandi evasori fiscali.

Questi dati ci dovrebbero far capire che l’infedeltà fiscale delle grandi aziende è enorme rispetto alle piccole e agli autonomi, ed è in quella direzione che dovremmo cercare di recuperare il denaro sottratto al fisco.

Le modalità di evasione delle holding non è imputabile alla mancata emissione di scontrini o fatture ma a sistemi più complessi. Frodi doganali, frodi carosello, operazione estero su estero, compensazioni indebite di costi esteri, sono più difficili da individuare rispetto al registratore di cassa. Quindi, questo genere di reati non viene generalmente contrastato nelle manovre finanziarie.

Neppure questo governo è poi così lungimirante,  se prevede grandi entrate dalla “lotteria degli scontrini”. Grandi o piccoli, gli evasori andrebbero contrastati sempre, accanirsi sui piccoli è come cercare di raccogliere le gocce mentre qualcuno scappa col secchio.

La politica fiscale ed il Giappone

La politica fiscale del nostro paese è sbagliata, perchè guarda ai modelli europei, mentre noi dovremmo guardare al Giappone.

Misurato secondo i criteri omogenei Ocse, il rapporto debito/Pil italiano è al 153%, più elevato di quello comunemente riportato.

E’ il doppio della Germania (71%) ma inferiore al 223% del Giappone.

Eppure, il rendimento dei titoli di Stato giapponesi è da anni vicino allo zero, come in Germania e questo vuol dire bassi interessi sul debito.

Noi paghiamo uno spread elevato. Non è vero che questo sia dovuto all’intervento della Banca del Giappone, perché detiene il 42% del debito pubblico, simile al 40% di Btp detenuti da Bce, Banca d’Italia e banche italiane (finanziate dalla Bce).

La differenza è che il governo giapponese non spaventa gli investitori, come fa invece il nostro, come dimostra lo spread di quasi 200 punti dei Btp a 3 anni, indice di paura di una crisi a breve più che della sostenibilità del debito a lungo corso.

Così, una spesa pubblica per interessi allo 0,5% del totale (contro il nostro 3,7%) libera risorse che il Giappone saggiamente alloca agli investimenti pubblici: il 10% della spesa, più del doppio dell’Italia.

La pressione fiscale in Giappone è appena il 30,6% contro il nostro 42,6%, quindi sottrae meno risorse all’economia.

Sostenibilità del debito pubblico

Cosa rende sostenibile il debito pubblico? L’aumento del pil diranno in molti, ma non è proprio così.

In un paese con popolazione in diminuzione e in deflazione è più rilevante la crescita del reddito pro capite piuttosto che del pil. Se crescono produzione e reddito pro capite, con una pressione fiscale bassa, ci saranno più garanzie per il pagamento di imposte future per ridurre il debito.

Dal 2008 ad oggi l’inflazione (prezzi al consumo) è rimasta costante. In Giappone però il reddito pro capite è aumentato del 14,5% (aumentano le capacità di acquisto di beni e servizi- crescita economica) mentre da noi dello 0,9%. Questo ha portato il Giappone ad una crescita del 10%, e noi ad una stasi più totale.

Il problema dell’Italia è che non copia mai da chi fa meglio, eppure è semplice vedere quale dovrebbe essere la politica fiscale di un paese ad alto debito

Leggi anche: “Crescita economica: soluzione ai problemi o nemico da combattere?

 

 

 

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