Non vogliamo tornare alla normalità, perché la normalità era il problema
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“Normalità” è la parola d’ordine, tornare ad essa ed essere parte di normale. Nonostante Fabio Silvestri dal suo balcone ha lanciato un urlo di sfogo e al tempo stesso ha rimarcato un concetto di assenza esistenziale. È l’assenza di progettare il futuro: sia dal punto di vista individuale che collettivo. L’individuo si trova con una distanza sociale che mette la realtà su una luce diversa. Realtà che è non è altro che solitudine. La normalità è la droga che non ti fa sentire il dolore del sentirsi solo.

La normalità del passato

“Una guerra mondiale ancora.
Per cominciare una nuova era.
Per capire chi è il nemico.
Per vederlo dritto in viso.
Una guerra mondiale ancora.
Per vedere che faremmo ora.”
(The Zen Circus, La Terza Guerra Mondiale”)

La normalità passata è la vita di routine. Quella vita del non pensare che faceva vivere in un mondo collettivo, ma finto. La dotazione di mezzi d’informazione era il contorno di una narrazione subdola e che cadenzava il tempo ad ogni uomo. L’argomento del giorno era non solo fonte di indignazione ma anche forte risorsa di sentirsi parte di una comunità. Comunità che si legittimava trovando il nemico nel suo opposto. Da destra a sinistra, la contrapposizione e la sua ricerca erano solo per riconoscere l’altro come diverso e non come fonte di compromesso. Infondo, se un politico urla: “sono una madre, sono cristiana” sta marcando una linea di confine tra quel che pensa di essere e quello che non vuole essere. Dall’altra parte della frontiera c’è chi non crede in Gesù Cristo, ma in un Dio compagno del messia cristiano. L’assenza di stato di guerra ci induce a creare il nostro conflitto verso qualcuno. Il ringhiare contro qualcuno ci fa stare bene, non è il sapore di un abbraccio, questo ci consola quando non stiamo “bene”. Ora nemmeno il consolarsi è legittimo.
“Il tempo di riflessione” che annunciava Giuseppe Conte in una delle sue tante dirette, non era riferito a trovare un nuovo nemico. Era un messaggio di rivoluzione interiore.

L’alleato dell’anti-normalità

“Tanto mi affido ad amici, che non esistono.
Io rido dietro nemici, che non esistono.
Ho paranoie su storie, che non esistono.
In mezzo angosce e gioie, che non esistono.
Mi metto addosso vestiti, che non esistono.
Vado a votare partit,i che non esistono.
Mi sento addosso degli occhi, che non esistono.
Normale che non mi tocchi, io non esisto.”
(Daniele Silvestri e Rancore, Il Mio Nemico Invisibile)

Durante la quarantena di 2 mesi cosa si è cercato di realizzare? Lo stare fermi sicuramente non ha contribuito a pensare al futuro in nuovi termini. La collettività a bisogno sempre di discriminare e di trovare il nemico. Il runner era il primo amico del virus. Era l’individuo che andava contro la volontà di tornare alla normalità. Era l’alleato del coronavirus che voleva aumentare il numero dei contagiati. Lo stesso era chi mancava di mascherina e chi per sbaglio stava a un metro e 40 centimetri di distanza.
La quarantena ha ancora più affermato la volontà di sentirsi contro un nemico. Se stai a casa dovresti ripensarti o è meglio trovare giustificazioni per le proprie idee? Di sicuro l’incontro di idee non è possibile se rimani dentro le tue quattro mura. Potresti scontrarti con te stesso, ma non conviene per l’essere accettati nella comunità. La mancanza di socialità e il rispetto della distanza sociale sono l’input per riaffermare i propri valori. Riaffermare ciò che era diverso da noi.
Se non riusciamo a vedere il nemico, lo creiamo perché è parte della nostra assenza di vera essenza. La smaterializzazione dell’io che si confonde nella società come parte non importante di essa.

Il normale del domani

“Che soffia sopra il nostro ordine formale
Sopra questo impegnarsi e guadagnare
Abbastanza per comprarti quelle scarpe
Che ti fan sentire alta e più importante
Cerchiamo qualcun altro da invidiare
Un ristorante in cui poterci lamentare
Per tre anni abbiamo chiuso il mondo fuori
Stiamo diventando i nostri genitori”
(The Zen Circus, Il fuoco in una stanza)

La riflessione invocata nel periodo di quarantena è stata solo la pacca sulla spalla per dirci “andrà tutto bene”. La sorta di rivoluzione invocata dal Presidente del Consiglio è andata in fumo. Non solo da parte del suo governo ma anche in rovina è andato l’individuo. Nei momenti di crisi può nasce qualcosa di diverso, solo se lo sentiamo come necessità. In un periodo di stop totale si poteva progettare una nuova Europa, una nuova economia verde, una nuova visione del diverso. La mancanza di affetto dovrebbe indurci a baciare tutti finita la distanza sociale. Invece, l’uomo ha trovato un modo per essere più selettivo. La comunità vuole tornare alla normalità, non trovarne una nuova più conforme alle nuove necessità.
Abbiamo avuto 2 mesi per compiere la rivoluzione desiderata dalle varie parti sociali. La collettività che si riuniva davanti alle parole di Conte, si è persa nell’attimo dopo la conclusione della conferenza. Si è conclusa esprimendo opinioni sui social network.
Il diritto di parola si confonde ancor di più con il “diritto” di opinione.
Questo era il momento di invertire rotta, abbiamo perso un’occasione.
Potevamo creare un capitalismo del tutto rispettoso dell’ambiente.
Ma i nostri rimorsi e i nostri voleri hanno chiesto di tornare alla normalità.
Che poi cosa significa “normalità”?

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