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Dieci anni fa viene uccisa Yara Gambirasio. Di quel delitto resta un’inchiesta record senza eguali in Italia e nel mondo, un processo in cui la prova scientifica diventa protagonista assoluta. Dopo lunghe e complesse indagini raccolte in 60 faldoni, Massimo Bossetti viene condannato in via definitiva all’ergastolo, pena che sta scontando nel carcere milanese di Bollate. Se l’omicidio sembra destinato a diventare una serie tv, la difesa del muratore di Mapello non demorde e continua chiedere a gran voce l’accesso ai reperti. Un ricorso su cui il prossimo gennaio si pronuncerà la Cassazione e che potrebbe segnare il primo passo per un’eventuale revisione del caso.

Genitori Yara: “Ricordatela per capacità di dare agli altri”

Fulvio e Maura Gambirasio vogliono che la loro figlia Yara, che esattamente dieci anni venne uccisa a soli 13 anni dopo essere uscita dalla sua palestra, sia “ricordata per quello  che era e sarebbe stata sempre capace di dare agli altri, per la sua passione, le sue abilità, non per ciò che le è successo”. Collegati in zoom con Il Corriere della Sera assieme ai componenti dell’associazione sportiva La Passione di Yara, nata in sua memoria, i genitori vogliono ricordare così loro figlia. Non hanno mai parlato, né lo fanno in occasione del decimo anniversario della morte, della vicenda processuale che ha portato alla condanna definitiva all’ergastolo per omicidio di Massimo Bossetti, il muratore di Mapello, paese a poca distanza da Brembate.

Bossetti: “Non sono stato io, Yara non ha avuto giustizia”

“Yara non ha avuto giustizia, io sono dietro le sbarre ma non sono il colpevole”. Per chi è in carcere come Massimo Bossetti ogni giorno è uguale a un altro, ma qualcuno ha  un sapore più amaro. “Io non voglio uscire per un cavillo, voglio uscire perché la perizia sul Dna dimostra che non sono un assassino”, sono le parole che dalla cella di Bollate affida attraverso il suo avvocato Claudio Salvagni all’Adnkronos.

“Sono innocente” sono le parole che Bossetti ripete contro un mantra. Le ha pronunciate ai carabinieri che gli hanno stretto le manette ai polsi; le ha ripetute al pubblico ministero  Letizia Ruggeri che lo ha accusato di aver colpito Yara e di averla lasciata morire, dopo una lunga agonia, nel campo di Chignolo; le ha urlate nelle aule dei tribunali che lo hanno sempre riconosciuto colpevole; lo ha giurato alla moglie Marisa e ai tre figli. Anche ora che sta scontando una condanna all’ergastolo, l’uomo che tutta Italia ha imparato  a conoscere come ‘Ignoto 1’, continua a non cambiare versione, a negare di aver colpito la 13enne alla testa, di averla accoltellata alla schiena, al collo e ai polsi.

“Contro di me c’è un Dna strampalato, sto ancora aspettando le prove vere” dice Bossetti, ‘gelato’ dal dietrofront della Corte d’assise di Bergamo che prima ha consentito e poi  negato la possibilità al pool difensivo di visionare i reperti, tra cui gli abiti della vittima e la traccia genetica considerata la ‘firma’ dell’assassino. Il prossimo gennaio la Cassazione  si pronuncerà sul ricorso presentato dagli avvocati Salvagni e Paolo Camporini, in caso di accoglimento per la prima volta si potrebbe lavorare alla revisione del processo. Quel giorno, dovesse arrivare, non sarebbe uguale agli altri per Massimo Bossetti.

Furgone Bossetti tornato a famiglia, indagini periti

In occasione del decimo anniversario dalla scomparsa della tredicenne, saranno visibili le prime immagini del furgone di Massimo Bossetti, su cui il pool di consulenti legali  della famiglia intende lavorare per produrre nuovi accertamenti. Il mezzo ora è tornato nella disponibilità della famiglia Bossetti ed è affidato a nuovi consulenti che la moglie Marita Comi ha incaricato per presentare una richiesta di revisione del processo.

Il furgone verrà utilizzato nelle prossime settimane dal nuovo pool di consulenti per una analisi antropometrica utile a confrontare il furgone con le immagini riprese dalle telecamere della ditta Polynt, situata a 300 metri della palestra di Brembate (Bergamo). Il pool di consulenti – è stato anticipato – si sta inoltre concentrando sulla prova del dna al fine di confutarne l’attribuzione a ignoto 1, attraverso la collaborazione di esperti in New Jersey e in Canada.

Le tappe del processo

26 novembre 2010. Sono le 18.40 circa quando la 13enne Yara esce dalla palestra di Brembate di Sopra, piccolo comune in provincia di Bergamo, e di lei si perdono le tracce. La  giovane ginnasta va nel centro sportivo di via Locatelli per consegnare uno stereo, poi il buio la inghiotte lungo i 700 metri che la separano da casa. Alle 18.49 il suo cellulare  viene spento per sempre. Le ricerche non trascurano nessuna pista: dall’allontanamento volontario al rapimento.

5 dicembre 2010. Mohamed Fikri, operaio di un cantiere edile di Mapello dove conducono i cani molecolari usati per le ricerche, viene fermato su una nave diretta in Marocco.  Pochi giorni dopo le accuse vacillano: alcune parole in arabo mal tradotte e un biglietto per Tangeri già in tasca da tempo fanno cadere l’ipotesi di una fuga. Il 7 dicembre esce dal  carcere, non è lui l’assassino.

26 febbraio 2011 . Mamma Maura e papà Fulvio smettono di sperare: il corpo della loro bambina viene trovato da un appassionato di aeromodellismo in un campo abbandonato a  Chignolo d’Isola, a pochi chilometri da casa. L’autopsia svela le ferite alla testa, le coltellate alla schiena, al collo e ai polsi. Nessun colpo mortale: Yara era agonizzante,  incapace di chiedere aiuto, ma quando chi l’ha colpita le ha voltato le spalle lei era ancora viva. Il decesso, dopo lunga agonia, avviene quando alle ferite si aggiunge il freddo.

9 maggio 2011. Viene isolata sugli slip e i leggings della vittima una traccia biologica da cui è possibile risalire al Dna di ‘Ignoto 1′. E’ una traccia trovata vicino a uno dei tagli messi a segno dall’aggressore. Ci vorranno diversi mesi e il confronto con migliaia di profili per arrivare a dire che il sospettato è il figlio illegittimo di Giuseppe Guerinoni, morto nel 1999.

7 marzo 2013 . Viene riesumata la salma di Giuseppe Guerinoni, l’autista di Gorno, la probabilità che siano padre e figlio è del 99,99999987%, ma questo non basta per dare un nome a ‘Ignoto 1’. Si riparte dal Dna mitocondriale (che indica la linea materna) di ‘Ignoto 1’ per dare un nome alla madre. La comparazione tra ‘Ignoto 1’ e il Dna di Ester Arzuffi (nelle mani degli investigatori dal 27 luglio 2012) porta al match: la probabilità che siano madre e figlio è del 99,999%.

16 giugno 2014. Il presunto assassino di Yara ha un nome: è Massimo Bossetti, 44 anni, residente a Mapello. Sarà il ministro dell’Interno Angelino Alfano ad annunciare via  Twitter le manette. Spostato, padre di tre figli, il suo Dna (acquisito con un alcoltest) combacia con ‘Ignoto 1’. Per lui l’accusa è di omicidio con l’aggravante di aver adoperato  sevizie e di avere agito con crudeltà. Un delitto aggravato anche dall’aver approfittato della minor difesa, data l’età della vittima.

3 luglio 2015. Inizia il processo contro Bossetti, non sono ammesse telecamere. L’imputato prende per la prima volta la parola in aula. “Quel Dna non mi appartiene: è un Dna strampalato, che per metà non corrisponde. È dal giorno del mio arresto che mi chiedo come sono finito in questa vicenda visto che non ho fatto niente”, dice ribadendo la propria innocenza. Condanna all’ergastolo con isolamento diurno per sei mesi la richiesta del pubblico ministero Letizia Ruggeri. La difesa, gli avvocati Claudio Salvagni e Paolo Camporini, chiedono l’assoluzione per il processo “più indiziario del mondo”.

1 luglio 2016. Dopo l’ultimo appello dell’imputato e oltre 10 ore di camera di consiglio, i giudici condannano Bossetti all’ergastolo, nessun isolamento diurno come chiesto  dall’accusa. Tolta la potestà genitoriale, gli riconoscono l’aggravante della crudeltà. Viene assolto invece “perché il fatto non sussiste” dall’accusa di calunnia nei confronti di un ex  collega. Su di lui, detto ‘Il favola’, con l’inclinazione alle bugie e l’assenza di un alibi quel Dna pesa come un macigno.  A Brescia i giudici del processo d’appello confermano la sentenza di primo grado. “Concedetemi la superperizia” sul Dna così “posso dimostrare con assoluta certezza la mia estraneità ai fatti. Cosa dovete temere?”. Anche in questo caso le parole dell’imputato non fanno breccia sulla corte. Massimo Bossetti torna dietro le sbarre per il fine pena mai.

12 ottobre 2018. Ultimo atto del processo per la morte della 13enne di Brembate. I giudici della prima sezione della Cassazione, dopo aver ascoltato le parti, confermano l’ergastolo per Bossetti.

27 novembre 2019. La corte d’Assise di Bergamo autorizza la difesa a esaminare i reperti d’indagine, tra cui i vestiti che indossava la vittima e i campioni sulla traccia genetica. Ma nel maggio 2020 quella decisione viene ribaltata dalla stessa corte che ritiene inammissibile l’accesso ai corpi di reato. Un nodo che deve essere risolto dalla Cassazione. Il prossimo gennaio verrà discusso il ricorso con cui la difesa chiede la possibilità di esaminare i reperti, mai toccati con mano, che costano a Massimo Bossetti la condanna all’ergastolo per l’omicidio di Yara Gambirasio.

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