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Venezuela, Cile, Bolivia, Colombia e Argentina. Un continente destabilizzato, governi ribaltati da interessi economici più che politici, leader in fuga e militari impegnati in una guerra civile. Trovare risposte a domande complicate e lontane, non è mai così scontato a semplice. Non ci sono mai motivi univoci, ma spesso sono tanti fattori che concorrono per un obbiettivo comune. Destabilizzare un continente che da sempre guarda allo stile di vita occidentale senza poterselo permettere, nonostante le immense risorse minerarie e la posizione geografica strategica. Una di queste è il Litio.

Il nuovo “Oro Bianco”

Le batterie che normalmente alimentano i nostri dispositivi elettronici, dagli smartphone ai tablet, fino addirittura alle auto elettriche, sono a ioni di litio. Questo elemento chimico, il numero 3 della tavola periodica, è un metallo alcalino utilizzato negli accumulatori di energia (cioè le batterie) per il suo prezioso rapporto peso/potenza e per la capacità di non disperdere grande quantità di carica in caso di inutilizzo. È abbondante e se ne trova in diversi minerali. La stragrande maggioranza, però, è concentrata in Sud America, soprattutto in Bolivia, Cile e Argentina.

Il litio è diverso dal petrolio, una risorsa che non tutti hanno ‘la Geopolitica diventa fondamentale per capire la portata. Geopolitica, proprio così, perché se è vero che una risorsa così abbondante non avrebbe dovuto scatenare  la ricorsa ad aprire nuove miniere, un’altra partita si è giocata: Quella sulla conoscenza, bene intangibile e potenzialmente globale.

Chi ha interesse al litio sudamericano?

Tutti i paesi guardano con interesse al litio sudamericano.Gli Stati Uniti, insieme a Francia, Olanda, Corea e Giappone, in Argentina. La Cina e la Germania in Bolivia, mentre il Cile già ora esporta in tutto il mondo. Il problema vero è un altro: chi ha le competenze per produrre batterie? In questo momento la Cina sta investendo molto sulla conoscenza..

Le diseguaglianze, insomma, promettono di ampliarsi proprio sulla capacità di far fruttare le competenze tecniche. La questione, quindi, assume sfumature differenti: si tratta di investire in ricerca, in istruzione, in rapporti bilaterali con i paesi più dotati di risorse. Francia e Germania stanno cominciando a produrre batterie proprio per questo motivo: Sanno che non possono rimanere indietro e lasciare l’industria automobilistica nelle mani cinesi.

E l’Italia? non pervenuta. L’industri automobilistica italiana è di recente passata in mani francesi, la Ferrari è lontana anni luce dalle altre case automobilistiche.

Il caso boliviano: il Salar de Uyuni

Argentina, Cile e Bolivia: l’80% del litio del mondo si trova qui. In Bolivia, il più povero dei paesi sudamericani, la fonte principale è il Salar de Uyuni, un’enorme distesa salina di oltre 10 mila chilometri quadrati a 3.600 metri di altitudine. Un tempo, parliamo di quarantamila anni fa, questa distesa infinita era una lago (trenta volte più ampio del Lago di Garda, il più grande bacino italiano, tanto per dare un’idea). Sotto la superficie del Salar de Uyuni, ha raccontato National Geographic in un reportage di pochi mesi fa, c’è l’ambito litio. In grandi quantità, ma finora sfruttate quasi per niente.

Il problema infatti è estrarlo: costa molto e occorrono le famigerate competenze tecniche. Le attività minerarie richiedono enormi quantità di acqua (il Cile, per esempio, per continuare l’estrazione ne sta prelevando dal mare, con il grosso problema di doverla depurare dal sale). Senza contare gli effetti sull’ecosistema e sulla sussistenza delle comunità locali su cui si riversano le conseguenze ambientali delle miniere.

La Bolivia, nonostante tutto, ha sempre cercato di farcela da sola: il suo motto, “100% Estatal”, racchiude l’ambizione di rilanciare l’economia del paese senza interventi dall’estero. Riuscire ad avere la tecnologia prima che pressioni estere di privatizzazione riescano ad ottenere concessioni sui depositi minerari.

Sfruttando così una risorsa naturale la cui domanda sul mercato è in continua crescita: Il consumo annuale di litio nel mercato globale si aggirava attorno alle 40 mila tonnellate nel 2017, con un aumento del 10 per cento circa all’anno dal 2015. Tra il 2015 e il 2018 il prezzo è quasi triplicato.

Germania, Cina e Bolivia. L’accordo che non ha convinto la popolazione

Un’impresa non semplice, e infatti nel 2018 è stato firmato un accordo con una società tedesca, la Aci Systems Alemania GmbH, per lavorare nell’Uyuni. Lo scorso febbraio, poi, è stato annunciato un altro accordo, questa volta con una società cinese, da 2,3 miliardi di dollari. I tedeschi hanno assicurato di aver messo a punto tecnologie in grado di consumare meno acqua del normale e di rispettare l’ambiente, nonostante le particolari caratteristiche del litio boliviano (la salamoia da cui lo si estrae è ricca di magnesio, che in questo caso è un prodotto di scarto). Ma la popolazione continua ad avere dubbi.

“Ci rendiamo conto che quando lo stabilimento lavorerà a pieno ritmo sarà un’impresa multimilionaria. Il dubbio è se qualcosa arriverà a noi. Le persone che dovrebbero trarne principalmente beneficio sono gli abitanti della zona in cui si svolge la produzione… E non si tratta solo di denaro contante. Dovrebbero istituire qui una facoltà di chimica, o delle borse di studio, perché i giovani possano avere un futuro”,

le parole di Ricardo Augirre Ticona, presidente del consiglio comunale di Llica (nell’area del Salar de Uyuni), a National Geographic.

 

Lo sciopero della fame per l’annullamento del contratto con ACIS

A Potosí, lo sciopero della fame di Pumari e della sua compagna è stato sostenuto lunedì (07.10.2019), da cortei e isolati. Chiedono l’abrogazione del decreto a sostegno di questa joint venture. E maggiori diritti d’autore per lo sfruttamento del litio a Uyuni, sebbene la legge sull’estrazione mineraria e la metallurgia stabilisca una royalty del 3% pePumari, líder del comité potosino, junto a otra activista, en huelga de hambre por la anulación del contrato con ACISA. (REUTERS)r la regione, per lo sfruttamento del carbonato di litio, del cloruro di potassio e di altri minerali.

“L’estrazione mineraria non funziona da sola, solo tra le aziende tedesche”, dice a DW Hubertus Bardt, capo del dipartimento di ricerca dell’Istituto di economia tedesca (IW) di Colonia. Le società di sviluppo di progetti come ACISA, cercano le competenze che non hanno i boliviani.

“Non sappiamo fino a che punto lo Stato boliviano coinvolga la popolazione negli utili del progetto”, riconosce il direttore esecutivo della filiale tedesca.Tuttavia, afferma di aver sviluppato, insieme ai suoi partner, un processo di produzione “nuovo in tutto il mondo”, che consente il “recupero efficiente di litio di alta qualità e quantità, dalla salamoia residua derivata dalla produzione di cloruro di potassio da YLB. ”Questa salamoia, da cui ora verrà estratto l’idrossido di litio, è stata precedentemente scartata, insiste.

 

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