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Decreti fumosi e ristoratori rossi di rabbia è il caso di dire. Le riaperture per il 4 Maggio sembrano ancora sfuggenti e imprecisate: ci sarà ancora il delivery a farla da padrone oppure il tanto atteso take away? Oppure sarà il caso di riaprire al pubblico subito e senza troppe storie, con i dovuti dispositivi di sicurezza? Voci discordanti, ristoratori arrabbiati e un Decreto che lascia più domande che risposte. In questo scenario imbalsamato, alcuni ristoratori si stanno facendo sentire con l’uso della rete e di gesti simbolici. Ieri la protesta  in alcuni comuni, di alcuni esercenti hanno consegnato le chiavi delle proprie attività al Sindaco. Mentre oggi, martedì 28 aprile ore 21 si uniscono in un’altra protesta più provocatoria e moderna: il flash mob. L’azione prevede che ristoratori, pasticceri, baristi, pizzaioli … alle 21 di stasera, aprano le porte e apparecchino simbolicamente un tavolo.
Luci accese e, forse, anche tanta nostalgia oltre alla rabbia.

Si tratta di un gesto puramente dimostrativo, organizzato dal gruppo Risorgi Italia che vuole invitare il Governo “a prendere subito in considerazione misure a sostegno di uno dei comparti della nostra economia tra i più strategici, onde evitare che tanti di noi non avranno più la possibilità di alzarle di nuovo perché falliti”. Il portavoce del movimento è il viterbese e ristoratore Paolo Bianchini ospite ai nostri microfoni, che ha recentemente dato le dimissioni da capogruppo e consigliere comunale al comune di Viterbo. Per non creare strumentalizzazioni tra la sua parte politica e il suo lavoro nel settore Ho.Re.Ca.  È proprio lui a confermare, in diretta Facebook, la protesta di martedì 28 aprile insieme a tante realtà che si stanno organizzando con questo tam tam social. Anche il gruppo Facebook “Ho.Re.Ca. Unita”, di cui io per prima ne faccio parte, si sta muovendo in questi giorni grazie anche all’aiuto di importanti personalità del mondo della ristorazione, come il noto chef Gianfranco Vissani ,che esorta a restare uniti nel far sentire le nostre difficoltà al Governo.

risorgitalia_28 aprile 2020 nonelaradio

Sono circa 1.300.000 le persone che lavorano nel mondo Ho.Re.Ca. il turismo stesso è una filiera che contribuisce circa al 15% del PIL nazionale, come ha ricordato anche il Presidente del Consiglio durante la conferenza stampa del 26 Aprile. Insomma, le proteste che si stanno levando sono tante e, insieme ai malumori, cresce la paura di non riuscire ad avere una ripresa economica nei prossimi mesi. I contributi da pagare arrivano, i 600 euro sembrano essere stati un contentino se paragonato ai mesi di chiusura forzata, e ancora le bollette, le tasse, i mutui, il costo dei macchinari anche se fermi … problemi all’ordine del giorno per tanti liberi professionisti e ristoratori. La paura è quella di ricevere un duro colpo ai bilanci delle attività, già provate da due mesi di chiusura a causa dell’emergenza coronavirus. Senza dimenticare, per cortesia, che dietro alle attività, ai macchinari e ai tavoli vuoti, ci sono famiglie appese a un filo e giovani che hanno perso il lavoro.

Iniziative dei ristoratori da una parte, e iniziative a pagamento dall’altro. Come i corsi a pagamento per affrontare le fasi di riapertura. Cosa significa? Si tratta di novità che fanno molto sorridere come quelle rivolte ai corsi per “procedure di sicurezza Covid-19”, e quelle degli schermi protettivi da banco. Nessun Decreto obbliga l’installazione degli schermi protettivi da banco, (e mi auguro non lo faccia mai), dunque perché tanta pubblicità su qualcosa che in realtà NON serve? Perché tanta paura declinata in “acquista subito”?
Il caso del corso invece viene promosso per la modica cifra di 60 euro. Il corrispettivo di una cena a base di pesce per due persone potremmo dire. Un corso non obbligatorio ma consigliato, che richiama tra i contenuti di formazione la spiegazione del “Lavaggio Mani”, con tanto di esame e attestato finale.
Nessuno di certo è contrario a tutte le norme igenico-sanitarie da adottare ora più che mai, ma l’impressione è quella di subire un terrorismo psicologico ingiustificato e anche mal comunicato. Siamo uno dei migliori Paesi al mondo, che vanta protocolli igienico-sanitari HACCP straordinari e avanzati. Credo fermamente che proporre un corso da 60 euro oggi, ad un ristoratore che rischia di abbassare la serranda per non rialzarla più, giocando forse su troppa pressione psicologica da contagio, sia un gesto davvero meschino.

Cosa fare dunque? Come comportarsi nelle prossime fase del decreto: portare avanti una politica aziendale da asporto e se si, come? Perché sapete a questo punto cosa ci sarebbe da chiedersi: (e mi domando perché nessuno ne parli) “come si digitalizza un’azienda?” Qualcuno ha mai pensato di spiegare ad un’azienda come investire davvero sul digitale e rendersi autonoma su nuove piattaforme di commercio, invece di delegare il 40% dei guadagni ai famosi delivery su due ruote? Laddove il tanto decantato “Delivery Food” ha sì aiutato, ma non ha risolto. Affinché un’azienda riesca a digitalizzarsi e lavorare bene, vanno fatti degli piani di investimento economici: in strumenti e risorse digitali. Pianificazioni che non tutti possono permettersi già in tempi di pace, figuriamoci in tempi “di guerra” per restare congrui al linguaggio del momento. Difficile se non impossibile chiedere ad un bar o a una trattoria di paese, di digitalizzare il proprio business, di attrezzarsi con autorizzazioni amministrative e sanitarie (neanche troppo economiche), e improvvisarsi ristoratori 3.0 in due mesi di inattività economica.

Siamo nel momento in cui le aziende possono e devono poter cogliere le nuove opportunità di organizzazione del lavoro, ama ricordare Conte quando parla agli Italiani. Opportunità da cogliere in questo periodo. Certamente. La domanda è: ” A quale prezzo?” “O sarebbe il caso di dire, con i soldi di chi?

Di: Elsa Terenzi

Leggi anche: “Il Ministro Patuanelli contraddice il DPCM ” I Bar faranno solo consegne a domicilio. No asporto.”

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