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Continua ad aggravarsi il bilancio della doppia esplosione che ha devastato Beirut: secondo quanto riferito dal ministro della Salute libanese, Hamad Hassan, i morti sono almeno 137 e 5 mila i feriti. I soccorritori sono ancora al lavoro tra le macerie, gli abitanti si sono rimboccati le maniche per ripulire le strade dai detriti e la diaspora libanese sparsa nel mondo è impegnata a raccogliere soldi per aiutare chi è rimasto ferito o ha perso la casa.

Mentre il bilancio continua, cresce la rabbia degli abitanti contro lo Stato libanese, in quella che viene vista come l’ennesima, tragica, dimostrazione di un governo corrotto e inefficiente.

Dallo scorso ottobre, a migliaia si sono riversati nelle strade per protestare: “Stiamo cercando di sistemare questo Paese, ci abbiamo provato per nove mesi ma ora faremo a modo nostro”, ha sottolineato la 42enne Melissa Fadlallah, volontaria impegnata nelle operazioni di polizia a Mar Mikhail. “Se avessimo avuto un vero Stato, sarebbe stato nelle strade fin dalla scorsa notte a pulire e lavorare. Dove sono?”, ha chiesto polemicamente. “Sono tutti seduti sulle loro poltrone con l’aria condizionata mentre la gente è per strada, l’ultima cosa che importa loro è questo Paese e la gete che ci vive”, gli ha risposto il 30enne Mohammad Suyur, avvertendo che è stato raggiunto il limite di sopportazione: “L’intero sistema se ne deve andare”.

Qualche funzionario in giro a valutare il bilancio dei danni c’è, ma i giovani sono molti di piu, organizzati in piccoli gruppi per liberare le strade da detriti e vetri rotti, ma anche impegnati a sostegno di anziani e disabili che hanno avuto le case danneggiate. Nel Paese si sono moltiplicate le offerte di ospitare famiglie di Beirut e il patriarcato maronita ha annunciato l’apertura dei suoi monasteri e scuole religiose come rifugi; sono stati allestiti tavoli con cibo e bottiglie d’acqua donate e imprese si sono offerte di sistemare i danni a porte e finestre a prezzi scontati e addirittura gratis.

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