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L’Argentina cambia colore e, nella lunga nottata elettorale, passa sotto il controllo del peronista Alberto Fernandez del Frente de Todos, che ha battuto il poco amato presidente uscente Mauricio Macrì.

Quando le sezioni scrutinate ormai sfiorano il 99%, il candidato peronista ha sfondato quota 48% mentre il suo rivale è fermo a quota 40%.
Che l’ex presidente del Boca Juniors, al centro di numerosi fatti di cronaca giudiziaria, andasse incontro a una sonora sconfitta non è mai stato in dubbio ma, per gli argentini, tornare sotto un governo peronista – dopo gli anni della Kirchner, decisiva per l’elezione di Fernandez – non è una notizia del tutto positiva.

Ora Fernandez, che dovrebbe entrare in carica il 10 di dicembre, avrà il pesantissimo compito di fare la voce grossa con il FMI, con la prospettiva di dover affrontare il mostruoso debito pubblico di 57 miliardi di dollari.
Dopo la crisi del 2001 – e la costante crescita dell’inflazione dell’ultimo anno e mezzo – l’Argentina sta aspettando di svegliarsi in un nuovo regime democratico ma nella stessa pesante incertezza legata al dollaro.
In occasione delle elezioni, il valore del dollaro è stato ancorato a quello del peso argentino – sfiorando il preoccupante rapporto di 1 dollaro contro 60 pesos – ma già dalle prossime ore, il valore della moneta potrebbe schizzare nuovamente verso l’alto, aumentando di fatto i problemi economici e sociali del paese.
Il profilo del vincitore è quello di un mediatore che dovrà sistemare le varie differenze della sua coalizione – il Frente de Todos per l’appunto. Avvocato e docente universitario, ex capo del governo presieduto da Nestor Kirchner, marito di Cristina, attivissimo sui social insieme alla compagna Fabiola e al suo cane da 76mila follower su Instagram, con un figlio drag queen e con un recente passato da sostenitore della depenalizzazione dell’aborto. Il vincitore, ha già dichiarato di voler collaborare con il presidente uscente per arrivare a creare “l’Argentina che tutti meritiamo”.

La vera sfida, come detto, è però quella del tasso di povertà del paese – il 35% degli argentini sono sotto la soglia di povertà – e dell’inflazione galoppante, che ha da settimane superato quota 53% su base annua.
La sconfitta del liberismo di Mauricio Macrì è di certo il sintomo di una reale voglia di cambiamento, dell’Argentina e più in generale di tutto il Sudamerica, che sta ancora facendo i conti con la precaria situazione cilena. Ma la vittoria di Fernandez non deve far gridare alla fine di un’epoca buia.
Per l’Argentina e per l’America Latina, il cammino è ancora lunghissimo e invaso di mostri e ombre da sconfiggere.

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