Se il continente africano chiudesse i suoi porti domani, in ventiquattro ore l’Europa sarebbe in stato di emergenza.

In una settimana gli ospedali avrebbero terminato le riserve di gas e cucinerebbero con i fornelli da campo.

Questo ovviamente ammesso che il nord Italia collabori con il centro sud dato che loro il gas lo prendono attraverso i gasdotti che arrivano principalmente dalla Russia ed in parte minore da Olanda e Norvegia.

In quattro settimane le nazioni Europee comincerebbero un gioco al rialzo dei prezzi di risorse naturali. Per dare una dimensione del problema parliamo di numeri: l’Italia è autosufficiente per il 7 per cento del territorio per quanto riguarda i gas naturali.

Indipendentemente dall’esito e dal comportamento delle regioni a nord della Toscana, in due mesi l’Italia sarebbe al collasso.

Ma il problema non sarebbe solo legato ai gas naturali che preleviamo attraverso Libia ed Algeria, ma anche al petrolio e soprattutto a carbone, argento, oro, il preziosissimo uranio e l’insostituibile Coltan, senza il quale non avremmo più il mondo per come lo conosciamo, e come tecnologia e come equilibri politici mondiali.

Il Coltan infatti, minerale del quale è maggiore esportatore il continente africano, è l’elemento chiave e ad oggi insostituibile di qualunque device che sia telefono, tablet, consolle, pc, ecc.

Se l’Africa ragionasse come Salvini, “aiutiamoli a casa loro”, potrebbe mandarci al quadruplo del prezzo un quarto delle risorse e ci ridurrebbe alla fame.

Non è mistero il motivo per il quale venne assassinato Gheddafi, argomento che non tratterò in questo articolo ma, aldilà di essere un dittatore dei tanti, tra i suoi progetti a stretto giro vi era quello dichiarato di creare un’economia africana che stava già muovendo i suoi primi passi con la prima compagnia aerea panafricana.

Ricordiamo che per unire l’Europa ha fatto più la RyanAir che non Bruxelles.

Forte di questo insegnamento il leader libico portava avanti il suo progetto, con quella che doveva essere la compagnia aerea continentale e la sua moneta, il dinaro d’oro, ripreso qualche anno dopo dal presunto califfato dell’Isis e che, nel 2014, ha iniziato a circolare nei paesi conquistati dalla bandiera nera.

In questa ottica ricordiamo che in diversi paesi africani il dollaro statunitense è l’unica valuta corrente e che paesi come lo Zimbabwe non hanno una loro valuta ma usano per l’appunto il dollaro.

Se il continente africano chiudesse i porti quello che, per definizione, è il punto di equilibrio previsto dal concetto di bilancia commerciale crollerebbe.

Dopo 24 settimane l’Europa dovrebbe rientrare in possesso delle sue colonie Africane, quindi si scatenerebbe uno scenario del tutto imprevisto ma più onesto dell’attuale.

Ricordo che basta guardare una cartina geografica dell’attuale Africa per capire che i confini sono tracciati con il righello: i paesi sono stati suddivisi non per etnie ma per spartizione di materie prime.

E non potendo approfondire, per ovvie ragioni di spazio, l’argomento, non metto mano ai rifiuti tossici lasciati a largo delle coste somale, uno dei tanti segreti di pulcinella del mondo che tutti conoscono ma nessuno ha mai visto, e chi lo ha visto non lo ha raccontato.

Così dicono.

L’Europa stanzia, per aiutare l’Africa sotto la bandiera umanitaria, percentualmente dieci ma preleva centocinquanta.

Aiutiamoli a casa loro?

Bisognerebbe informarli per questo, e spiegare loro che sono il continente più ricco del pianeta, con il più importante bacino di gas minerali e risorse naturali, tuttavia anche quello con il tasso di alfabetizzazione più basso al mondo.

Non è un problema di cultura, ma di volontà, e la volontà è che il Coltan, il gas, l’oro e l’argento servono a tutti, anche a quelli che dicono “aiutiamoli a casa loro”.

Soprattutto a quelli.

Non venite a parlarmi di barconi, di capitani e capitane, perché se domani l’Africa chiude i porti, il mondo cosi come lo conosciamo non esiste più.

Aiutiamoli a casa loro (meglio di no!)

Emanuele Artibani

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