MAmanero
Bar Lazio
onlusAssociazione la compagnia di gesù
True Beauty lab

Dire che abbiamo intervistato Diego Cugia sarebbe riduttivo, noi seguiamo Diego Cugia da tempo, gli abbiamo dedicato tempo nell’osservare, leggere, comprendere la preziosità del far arrivare una sua informazione, che essa sia mandata in radio, o attraverso un articolo di giornale, un post, le pieghe di un libro o una collaborazione televisiva.

La sapienza e la coerenza, la consapevolezza e la ruvidezza, la capacità di osservare, minuziosamente, senza lasciarsi sfuggire l’essenza ed i dettagli, sono i vestiti aderenti portati con naturalezza da quest’uomo che sa guardare alla presentazione dei suoi libri, gli interlocutori dritto negli occhi, senza tentennamenti, occhi da cui guizzano lampi di luce se le domande poste destano curiosità, occhi che regalano un silenzio quando non c’è pertinenza o empatia, ma altro di cui si può fare a meno.

Non è facile, nel 2022, essere un giornalista e scrivere post dal contenuto assordante ma fuori dai clichè,  ma il papà di Jack Folla non agisce così perché abituato, lui è,  lui non si ferma in superficie, né regala esclusive pillole di cultura verso una elitè a cui garantire una egemonia assoluta di sapienza.

La cultura è anche diffusione, è capacità di far arrivare l’informazione.

Diego Cugia conosce a fondo la lingua italiana, non adotta e assorbe le mode del momento che incitano alla scrittura striminzita ed omologata.

Non abbiamo mai letto un “ daje “, sulla sua bacheca, per citare un esempio, o un “ facinoroso “, quando questa parola invadeva smodatamente il 90 per cento degli articoli italiani,  ma la sua proprietà di linguaggio, a portata di chiunque volesse accostarsi alla lettura di una informazione, di un pensiero  o all’ascolto, continua ad essere una mano tesa verso la società, società che a volte ha la necessità di essere un po’ strapazzata per riacquisire la capacità cognitiva impigrita. scollata ed abbandonata forse da oltre un ventennio.

Ma attenzione, sarebbe un sottovalutare le attività che vedono impegnato l’unicità di quest’uomo, credere che il linguaggio a volte sia semplice per mantenersi popolare e alla portata di tutti, il filo che lega tutte le sue opere è il desiderio di sapere e restituire questo desiderio a chi lo ricerca, generosamente; nella sapienza dello scrivere c’è infatti un meraviglioso “ Tango alla fine del mondo “, che ci ha commosso e stupito per la magnificenza della lingua italiana, così curata, anche nell’esposizione di un dialetto popolare puro, e non imbastardito, come quello inserito nel libro.

Non ci siamo mai preoccupati quelle volte che le partecipazioni di Diego Cugia si sono interrotte, anche improvvisamente, noi sapevamo che sarebbe tornato.

Non solo perché nessuno può sfrattarci dalle stelle, ma perché lui, senza prendere le sembianze di lupo o pecora all’occorrenza,  troverà sempre un modo per comunicare, il suo, spiazzando tutti e riaccendendo le stelle.

In quale momento della sua vita ha avuto la percezione che la sua strada fosse legata alla comunicazione, nelle sue diverse sfaccettature. C è un momento particolare in cui è accaduto un evento che le ha dato una spinta verso il suo settore lavorativo?

A otto anni scrissi l’incipit di una “Divina Commedia” infantile. Cominciava apocalitticamente così “E allora il ciel ‘tombossi’ sui bambini/e le acque si riversarono sul mondo crudele”. Ero convinto di aver creato l’inizio di un poema straordinario, andai in salotto e lo lessi ai miei genitori che, come sentirono quel “tombossi” scoppiarono giustamente a ridere. Avevo partorito una cosa tragica, mi ritrovai in mano una cosa comica. Una quindicina di anni dopo scrissi un “varietà” per radio 1. S’intitolava “Lagrime”, varietà triste. Tutto torna. Però faceva ridere, c’era anche Nino Frassica.

– Come si scavalcano I muri di gomma che si incontrano nel corso di una carriera?

O a forza di raccomandazioni oppure cavalcando lancia in resta come Don Chisciotte. Dato che la frase più gettonata a casa mia era “Ci dispiace, tesoro, ma noi non conosciamo nessuno” non è per eroismo ma potevo fare solo il Don Chisciotte. Vai a sbattere contro il muro di gomma, rimbalzi all’indietro, disarcionato da cavallo. Ti rialzi e ci riprovi. Una su dieci, passi.

– C’è una parte dì mondo cafone nei social che consente anche al nullafacente dì poter esprimere ferocia, verso chiunque capiti sotto tiro, tutto questo dovrebbe rappresentare una manifestazione di come una piattaforma social si mantenga estremamente democratica. Tutto ciò non è in discrepanza con la censura adottata su una foto a seno nudo dì Frida Kahlo, se avessi il potere dì farlo quali sarebbero i tuoi parametri dì censura?

Censura è la sola parola che censurerei. Detto questo, se si attacca pubblicamente qualcuno, senza che possa controbattere, questo lo trovo scorretto, e si fa spesso.

– In questo Paese esiste libertà di espressione?

In questo Paese esistono rari uomini pubblici liberi, per non dire “quasi nessuno”. Non amo le generalizzazioni. Credo invece che in “basso”, esistano e siano sempre esistite persone con un senso della libertà, o un anelito alla libertà, più spiccato e più solido. Oggi, però, sono chiuse in sé stesse. Non trovano sbocco neanche in una riunione di condominio. Intelligenze mortificate dalla guittezza dominante. La libertà di espressione pubblica c’è, ma apparente. Per accedere a microfoni e telecamere, o alle pagine di un quotidiano nazionale, devi sottoporti (a tua insaputa?) a riti di sottomissione indicibili e non manifesti, di appartenenza diretta o indiretta a club, gruppi, lobby, poteri politici e finanziari che di fatto soffocano la libertà d’espressione individuale che, per manifestarsi, non può essere prostituita in partenza ad alcunché.

Da ragazzo, per esempio, amavo leggere Pasolini sul Corriere della sera. I suoi articoli “corsari” mi hanno sempre insegnato un’opinione “altra” rispetto al mortificante mormorio conservatore. Ma c’era un direttore (Piero Ottone, se non ricordo male) che gli copriva le spalle. Pasolini era un uomo e uno scrittore libero. Tuttavia, per esprimere le sue opinioni senza censure, veti, manipolazioni, era comunque obbligato a scrivere in un regime di “libertà vigilata”. E in ogni caso lo censuravano uguale. Figuriamoci gli altri, oggi. Fanno prima. Si autocensurano che, francamente, è pure peggio.

– A cosa ci si assuefà, quando non si è abbastanza attenti, vigili, verso quello che accade attorno?

La prima cosa che mi fa venire in mente la sua domanda è una poesia di Martha Medeiros: “Lentamente muore”, che attacca così: “Lentamente muore/chi diventa schiavo dell’abitudine, / ripetendo ogni giorno gli stessi percorsi,/chi non cambia la marcia,/chi non rischia e cambia colore dei vestiti,/chi non parla a chi non conosce”. E più avanti, la poetessa brasiliana dice che lentamente muore “chi fa della televisione il suo guru”, chi “non capovolge il tavolo/quando è infelice sul lavoro”. Infine, il suo verso più limpido: “Chi non trova grazia in se stesso”.

La verità è che ci si assuefà a tutto, si finisce col sopportare tutto, e questo, francamente, è insopportabile. È indispensabile, per una persona libera, restare sempre attenta, vigile, reattiva, rispetto a ciò che le accade intorno. Ma pochi sopportano il dolore che provoca rimanere lucidi in anni così grevi. Così, ciascuno a modo suo, celebra il suo personale oblio.  Perché è sempre più difficile non solo capire che cosa sia giusto e cosa no, (è in corso un obnubilamento di massa tramite i social media e i dannati algoritmi) ma anche trovare il coraggio di dirlo. E così, come scriveva Albert Camus: “Dove nessuno può dire più che cosa sia nero e che cosa bianco, la luce si spegne e la libertà diviene prigione volontaria.”

– Io amo tutto ciò che ho amato”. Che significato dà a questa affermazione del suo personaggio principale, Jack Folla?

La coerenza alle proprie scelte, ai propri valori, alle idee per le quali ci siamo battuti, ai nostri amori. Che non vuol dire essere conservatori, ossia fedeli ciecamente a tutto quello che abbiamo detto, alle nostre opinioni sempiterne, a ciò in cui abbiamo creduto. Questo tipo di coerenza è pura imbecillità. È naturale cambiare idea, opinione, rapporto: ci si evolve, o almeno si dovrebbe. Ma ho sempre diffidato di chi, per esempio, denigra le donne o gli uomini che ha amato, e disconosce i suoi vecchi “per sempre”. Jack voleva restare in bilico, sospeso sulla sua instabile coerenza, con le ferite aperte e sventolanti come bandiere. Significava: “Se anche ti fossi comportata con me come una iena, ti fossi appropriata di ogni cosa, mi avessi rapinato e tradito mille volte, chi sono io per giudicarti? Io amo tutto ciò che ho amato, quindi amo te, al di là delle scorribande di un’amante o del prosciugarsi delle storie d’amore. E idealmente sarei pronto a riviverle, ma con trasparenza reciproca assoluta. Jack Folla ama in modo incondizionato.

MAmanero

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here